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La guerra di Putin e quella di Conte: Draghi indossa l’elmetto

L'editoriale del direttore Nico Perrone

mario draghi

ROMA – Viviamo tempi interessanti. Nel significato cinese però, che equivale a una vera e propria maledizione. Non abbiamo fatto in tempo a gioire per aver messo almeno la museruola al Covid, che peraltro già se l’è tolta, che ci siamo ritrovati la guerra sull’uscio di casa. Con dure conseguenze anche per noi, non solo sul versante dell’energia da garantire quando arriverà l’autunno ma per la crisi economica che sta colpendo duro salari e potere di acquisto dei cittadini comuni mortali.

Domani pomeriggio in Senato il premier Mario Draghi interverrà sulle misure del Governo a favore del popolo ucraino che sta combattendo contro l’invasore. Momento importante perché dopo il dibattito bisognerà votare un documento di tutta la maggioranza. Uno sguardo a quello che intanto sta accadendo. La Francia insegna: di fronte alla crisi e alle difficoltà una posizione di tenuta del sistema dal ‘centro’ dovrà fare i conti con le forze di opposizione che crescono molto e che gioco forza sempre più si radicalizzeranno. Quello che ci aspetta il prossimo autunno, quando saremo anche noi nel pieno della campagna elettorale per le politiche del marzo 2023.

Amici russi mi hanno detto che definire Putin ‘dittatore’ per lui è un complimento. Quindi, visto che il vecchio zar Pietro il Grande era alto più di due metri, lo chiamerò Putin il piccolo: nell’ultimo Forum economico di San Pietroburgo ha dimostrato di vivere in una realtà parallela, quella che sta imponendo ai russi, che qui in Occidente bisognerà comunque valutare per trovare soluzioni adeguate alla sfida.

A festeggiare i deliri di Putin però c’erano soltanto i capi della Cina, dell’Egitto, della Turchia e dell’Iran. Paesi che con Putin hanno un idem sentire sull’uso del manganello contro chi difende i diritti, la libertà di parola e le regole democratiche. La stragrande maggioranza degli Stati invitati ha preferito mandare terze e quarte file, preferendo non metterci la faccia. Forse hanno fatto bene, perché dal discorso di Putin è uscita fuori una narrazione che lascia interdetti chi è abituato a fare discorsi seri.

A partire dai titoli scelti per i numerosi incontri, che per non rischiare di far incavolare il piccolo uomo hanno sorvolato sulla guerra, soffermandosi su quanto bene faranno alla Russia le sanzioni decise dai Paesi europei e dell’Occidente. Perché, giura Putin, i russi, in massa, scopriranno quanto sono belli e buoni i prodotti russi che presto rottameranno le loro Bmw e Mercedes per sostituire con le Lada. Per non parlare degli incontri dedicati all’illegalità delle sanzioni secondo il dirtitto internazionale senza dire una parola sulla guerra contro l’Ucraina, non solo illegale ma dove i soldati russi stanno compiendo anche crimini contro l’umanità.

Per non parlare di altre discussioni ridicole come quelle incentrate sull’istruzione, a partire dalla scuola elementare, basata sul patriottismo che secondo i gerarchi russi è molto utile per l’interazione interculturale. Una farsa. Due nazionalisti quasi mai si stringono la mano, più facile si prendano a fucilate. Capitolo che fa ridere, per non piangere, quello dedicato ai giornalisti russi che devono “prendere decisioni veloci e rispondere immediatamente al modificarsi dell’agenda”. Tradotto: i giornalisti se non vogliono finire in Siberia devono scrivere quello che dice Putin in quel momento e se questo un momento dopo dice il contrario, correggere subito. Quello che è più grave, e come Unione europea e Occidente dobbiamo tenerlo presente, è che alla fine Putin ha sbarrato la porta a questa parte del mondo, condannando la Russia fino a quando campa lui a guardare solo in direzione della Cina e dei suoi allegri compari.

Venendo all’Italia, la situazione è complicata ma, come diceva il saggio, guardando ai partiti non sembra seria. Domani e dopodomani il premier interverrà al Senato e alla Camera, per illustrare le decisioni del Governo e l’aiuto che il Paese darà agli ucraini. La Lega di Matteo Salvini, in caduta di consensi, e il M5S di Giuseppe Conte in caduta di consensi, stanno cercando in ogni modo di smarcarsi per conquistare attenzione e magari consensi tra i pacifisti e, soprattutto, tra il grande popolo del ‘Franza o Spagna purché se magna’. Nella maggioranza si sta cercando di mettere giù una risoluzione comune ma non è facile trovare la quadra tra i distinguo. Alla fine, dicono in molti, la maggioranza troverà l’intesa. Si vedrà.

Intanto nel M5S è scoppiata la mina Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, che è sceso in campo contro Conte e i big del Movimento accusandoli di voler mettere in discussione l’alleanza europea e atlantica. Apriti cielo, il Movimento ha riunito il suo consiglio nazionale e dopo lunga e attenta discussione sulle parole e sulle virgole da usare, alla fine ha sformato un comunicato che, di fatto, mette alla porta il ministro Di Maio, già capo politico del Movimento.

Logica vorrebbe che Conte a nome del M5S apra la questione politica chiedendo di sostituire Di Maio. “Ma Di Maio non se ne andrà – dice una fonte vicina al leader pentastellato – alla Camera con i suoi 20 potrebbe creare un suo gruppo, al Senato non ha i numeri, ma alla fine potrebbe restare dentro e operare come una quarta colonna, come fanno i ‘renziani’ dentro il Pd”. Tutti sono convinti che il premier Draghi riuscirà a timonare il Governo tra i marosi delle fazioni e delle controfazioni, ma con le nostre forze politiche le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

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2022-06-20T18:18:27+02:00