Gli articoli della Dire non sono interrotti dalla pubblicità. Buona lettura!

Protesi per il seno difettose, il tribunale francese riconosce il risarcimento per 2.700 donne

giustizia
L'azienda produttrice, la Poly Implant Prothèse (Ppi), aveva venduto in tutto il mondo e si stima che avrebbero ricevuto gli impianti circa 400.000 donne
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – La sentenza di un tribunale d’appello francese ha riconosciuto il diritto al risarcimento per le 2.700 donne che hanno subito l’impianto di protesi per il seno difettose, prodotte dall’azienda Poly Implant Prothèse (Ppi). Lo stesso tribunale ha confermato anche una condanna per negligenza per una seconda azienda, la tedesca Tuv Rheinland, per aver prodotto le false certificazioni europee che attestavano sicurezza e l’affidabilità delle protesi Ppi.

La causa legale, durata oltre dieci anni e che ha generato uno scandalo di vaste proporzioni in Francia e nel mondo, ora potrebbe avere conseguenze anche per le altre migliaia di donne che hanno subito questi impianti e non hanno ancora denunciato. Secondo l’emittente Bbc tra il 2001 e il 2010 si stima che almeno 400mila donne – di cui 60.000 in Colombia e 47.000 nel Regno Unito – hanno ricevuto questi impianti difettosi: gli studi hanno dimostrato che col tempo le protesi tendevano a rompersi, rilasciando il gel silicone di tipo industriale nell’organismo. Quest’ultimo era di infima qualità e non adatto all’uso umano.

Il gruppo di donne che hanno intentato la causa hanno dimostrato di essere incorse in problemi di salute causati dal silicone industriale. Tra queste c’è Jan Spivey, una delle 580 querelanti di nazionalità britannica, che dopo aver subito una doppia mastectomia per via di un cancro ha ricevuto le protesi Ppi. Subito dopo ha iniziato ad accusare dolori alle articolazioni, alla schiena e alla testa, a soffrire di sensazioni di soffocamento e stati d’ansia. Anche una volta rimosse, a vent’anni di distanza, Spivey ha dichiarato che quelle protesi “continuano ad avere effetti negativi sulla mia salute fisica e psicologica”. La donna ha raccontato che prima di capire che erano le protesi a causare quei problemi ha attraversato un periodo di grande sofferenza: “Non sapere perché stavo così male è stato terribile”. Una volta capita la ragione, “non potevo credere come i medici avessero potuto inserire quelle cose nel mio corpo”.

Olivier Aumaitre, l’avvocato che rappresenta le 2.700 vittime delle protesi Ppi, ha commentato positivamente la decisione dei giudici d’appello: “Rappresenta un punto di svolta” che con tutta probabilità “porrà fine a lunghi anni di dubbi fine al lungo periodo di dubbio che abbiamo attraversato in tanti anni. L’entità del risarcimento sarà ampiamente aperto per le vittime”.

A denunciare la pericolosità delle protesi dell’azienda Ppi fu per prima l’Agence française de sécurité sanitarie des produits de santé, dopo aver ricevuto delle segnalazioni di danni alla salute e anche alcuni casi di morti sospette. Ottenuti accertamenti, nel 2010 l’Agenzia ne ordinò l’immediato ritiro dal mercato e dispose che tutte le donne che le avevano ricevute – non meno di 30.000 in tutto l’Esagono – venissero richiamate in ospedale per ottenere l’espianto e la sostituzione.

L’azienda Ppi fu immediatamente chiusa e il suo proprietario è già stato condannato al carcere. Le indagini della magistratura francese rivelarono che l’azienda, con sede in Provenza, aveva accumulato un forte deficit di bilancio e per questo aveva optato per l’acquisto di materiali scadenti per continuare a produrre i dispositivi sanitari.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Agenzia DIRE - Iscritta al Tribunale di Roma – sezione stampa – al n.341/88 del 08/06/1988 Editore: Com.e – Comunicazione&Editoria srl Corso d’Italia, 38a 00198 Roma – C.F. 08252061000 Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»