VIDEO | Patologie della tiroide, Pozzilli (Ucbm Roma): “Hashimoto in crescita tra donne”

ROMA- Al via la Settimana Mondiale della Tiroide. Il tema scelto per questa edizione, patrocinata dal ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità, è ‘Amo la mia tiroide… e faccio la cosa giusta’ per ricordare l’importanza dell’appropriatezza degli stili di vita ma anche della diagnostica e delle nuove frontiere terapeutiche. Il principale obiettivo della Settimana è sensibilizzare la popolazione in merito ai problemi connessi alle malattie della tiroide e all’importanza della prevenzione: sono infatti oltre 6 milioni gli italiani che accusano un problema a questa ghiandola così fondamentale per il buon funzionamento di tutto il nostro corpo.

La tiroide è una ghiandola piccola, ma di importanza vitale perché gli ormoni, prodotti da questo organo, regolano l’accrescimento e lo sviluppo del sistema nervoso nel bambino e più in generale, a qualsiasi età, agiscono sui sistemi cardiovascolare e osseo, sul metabolismo lipidico, glucidico e sul mantenimento dell’omeostasi energetica. Una riduzione del suo funzionamento nell’ipotiroidismo o un eccesso nel caso dell’ipertiroidismo, provocano una alterazione di tutti questi processi cagionando diversi problemi.

La carenza di iodio, uno dei più gravi problemi di salute pubblica secondo stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si traduce in diverse patologie, più o meno gravi a seconda dell’età e del sesso, come l’iper o l’ipoproduzione di ormone tiroideo da parte della ghiandola.

Secondo le stime attuali, un neonato su 3mila nasce con una forma di malattia tiroidea. In età adulta, le donne sono molto più soggette alle malattie tiroidee rispetto agli uomini tanto che una donna ha il 20% di possibilità di sviluppare problemi alla tiroide nel corso della sua vita.

– Ma qual è la patologia più frequente a carico della tiroide di cui si parla molto?

A rispondere all’agenzia Dire il professor Paolo Pozzilli dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. “La tiroidite di Hashimoto è sicuramente la patologia più frequente nel sesso femminile- ha spiegato- Molti pazienti vengono già con una diagnosi posta molto spesso dal medico di medicina generale sulla base di auto-anticorpi ‘verso’ la tiroide. Il paziente si reca dallo specialista per capire di più e di mettere a punto la terapia più adatta. Questa patologia però non è facilmente diagnosticabile perchè i sintomi, in fase iniziale, sono modesti e si accompagnano ad una astenia e anche ad un aumento di peso. Visto che le donne sono il sesso più colpito, l’aumento di peso, è sicuramente il sintomo principale che spinge le pazienti a recarsi dal medico.

La tiroidite di Hashimoto può essere anche accompagnata da fase una di remissione, cioè in un momento in cui la tiroidite è più o meno manifesta, ma in ogni caso non c’è una sintomatologia di dolore alla tiroide. Si arriva alla diagnosi attraverso il dosaggio degli ormoni e del Tsh. Quest’ultimo è un ormone prodotto dalla ipofisi e che aumenta anche quando ci si trova davanti ad un caso di pre-tiroidismo che diventa tiroidismo quando la tiroidite di Hashimoto è in fase avanzata. A questo punto la diagnosi è ben definita e la terapia consiste nella somministrazione dell’ormone tiroideo, solitamente la mattina a digiuno prima di fare colazione. Molto spesso però il paziente tende a mangiare subito dopo aver ingerito la compressa, una attività quest’ultima che inficia l’assorbimento stesso dell’ormone.

I nuovi preparati consentono inoltre di poter mangiare in modo più ravvicinato all’assunzione del farmaco ed è sempre raccomandato aspettare mezz’ora dopo aver consumato il pasto. Nonostante i trattamenti, la tiroidite di Hashimoto, può continuare a manifestarsi per alcuni anni anche con delle remissioni. In casi di sintomatologia dubbia correlato ad un aumento di peso, a pelle secca, alla caduta di capelli soprattutto nel sesso femminile lo specialista potrebbe essere chiamato ad indagare su una presunta diagnosi di tiroidite di Hashimoto attraverso il ‘dosaggio’ degli ormoni per la tiroide e gli anticorpi della tiroide”.

“La tiroide- ha aggiunto- come altri organi, può essere colpita da tumori. In questo senso la tecnologia viene in soccorso tanto che oggi lo specialista dispone di una capacità diagnostica molto più avanzata rispetto al passato. Infatti i tumori tiroidei, se diagnosticati in una fase precoce, possono essere rimossi preservando però la tiroide sana. Più la diagnosi è precoce maggiori possibilità di vita avrà il paziente. A tal proposito l’Università Campus Bio-Medico di recente, grazie ad un finanziamento erogato dal ministero della Salute, sta testando la tecnica ‘Raman’, un progetto diretto dalla professoressa Anna Crescenzi che- ha concluso Pozzilli- si dimostrerà una delle tecniche più avanzate per una diagnosi precoce del tumore della tiroide”.

CRESCENZI (UCBM ROMA): “TECNICA ‘RAMAN’ PER INDAGARE TUMORI SENZA PRELIEVO”

Il cancro della tiroide è abbastanza diffuso. Rappresenta il 3-4% di tutti i tumori umani e colpisce soprattutto le donne tra i 40 e i 60 anni. L’incidenza della patologia è molto aumentata negli ultimi decenni. Per fare un quadro più preciso l’agenzia di stampa Dire ha intervistato Anna Crescenzi, responsabile del progetto ‘Raman’ dell’Università Campus Bio-medico di Roma, che tramite questa spettroscopia, in collaborazione con l’Università Roma Tre, permette di indagare la composizione biochimica dei tumori tiroidei. “Il progetto ‘Raman’- ha spiegato- nasce dall’esigenza di avere una diagnosi più accurata sui noduli tiroidei ed evitare gli interventi chirurgici mirati ad una diagnosi senza avere la certezza di operare un tumore.

L’idea è quella di migliorare la diagnostica ed evitare gli interventi non necessari. E’ stata utilizzata la spettrografia ‘Raman’, già utilizzata nell’ambito dei beni culturali e nella ricerca delle sofisticazioni alimentari, traslata in questo caso nella pratica clinica e nella ricerca sanitaria. Il Campus Bio-medico grazie a questo lavoro ha ricevuto un Grant nel 2018 dal ministero della Salute, di cui sono corresponsabile insieme al professor Pozzilli, in collaborazione con il dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre”. “La tecnica ‘Raman’- ha proseguito Crescenzi- è un potente mezzo per individuare i composti molecolari anche all’interno di un sistema complesso come possono essere le cellule e i tessuti. Con questo esame siamo in grado di ottenere un ‘fingerprint’, ossia l’impronta molecolare digitale, di uno specifico tessuto o cellula. Questo permette di caratterizzare tutta la composizione biochimica delle varie patologie della tiroide”.

“Nella prima fase del progetto, avvenuta anni fa- ha detto ancora la specialista- ci siamo basati sui tessuti tiroidei da campione chirurgici di tiroide asportata. Dunque sono state utilizzate delle sezioni di questi tessuti e sono stati esaminati. Una volta che è stato costruito il data base sia del tessuto normale che di quello patologico sia benigno che maligno, stiamo traslando questo tipo di osservazione alle cellule prelevate tramite ago aspirato. L’ago aspirato della tiroide, una delle prime metodiche eseguite su paziente con nodulo tiroideo, è utile per capire se un paziente è candidato ad intervento chirurgico o se è un paziente che si gioverà del follow up clinico. Su queste cellule prelevate dal nodulo con ago sottile noi applichiamo la tecnica ‘Raman’ e siamo in grado di dimostrare che il fingerprint che caratterizza la lesioni maligne è riconoscibile anche sulle cellule espiantate. Questo migliora la diagnostica pre-operatoria” “Lo scopo finale, molto ambizioso, del progetto ‘Raman’ sarà poi di ricorrere alla biopsia ottica. In pratica invece di asportare le cellule porteremo un ago sottile all’interno del nodulo tiroideo (diagnostica ‘in vivo’), senza un campionamento della lesione. Questo dovrebbe essere il futuro”, ha concluso.

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20 Maggio 2019
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