VIDEO | Meloni, (Confucio Roma): “Conoscere il cinese per abbattere il muro del pregiudizio”

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ROMA – Si celebra oggi la Giornata mondiale dedicata alla lingua cinese, uno dei sei idiomi ufficiali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Una data scelta non a caso dall’Onu ma legata alla storia e ai simboli. Il 20 aprile, infatti, è il giorno che tradizionalmente viene associato al mito di Cangjie, il presunto inventore dei caratteri cinesi. L’agenzia Dire ne ha parlato con Raffaella Meloni, docente di lingua cinese presso l’Istituto Confucio di Roma.

Quanti anni di studio ci vogliono per imparare il cinese?

“Bisogna capire innanzitutto cosa si intende per ‘parlare il cinese’. Se pensiamo di parlare di argomenti comuni, con terminologie abbastanza generiche, allora possono bastare anche pochi mesi. Se invece vogliamo parlare di tematiche molto più specifiche, con terminologie più precise, servono anche diversi anni. Poi tutto dipende dalla metodologia di insegnamento, dalla propria predisposizione e dal tempo che si ha a disposizione per studiarlo. Quindi ci sono moltissimi fattori”.

Quanto dovrebbe essere studiato settimanalmente il cinese per avere una buona preparazione?

“Non dico tutti i giorni ma quasi. Il mio insegnante dell’Università ci diceva sempre: ‘ascolta molto’, ‘parla molto’, ‘leggi molto’, ‘scrivi molto’. Più uno si applica, con costanza, e più facilmente e velocemente apprende una lingua. Questo vale non solo per il cinese ma per qualsiasi lingua”.

È più difficile parlare il cinese o scriverne i caratteri?

“Sono due aspetti della lingua che secondo me non devono essere divisi. Il carattere, ed è quello che non mi stanco mai di ripetere ai miei studenti, ci parla. Grazie al carattere noi possiamo conoscerne la fonetica e il significato. Ma non solo. Il carattere ci parla anche della cultura cinese. Bisogna portarli avanti insieme. Ho avuto diversi studenti che non volevano studiare i caratteri. Credo sia sbagliato. Bisogna studiare una parola nella sua fonetica e nella sua scrittura”.

Quanti sono i dialetti cinesi e qual è quello che si studia maggiormente in Italia?

“I dialetti principali sono 7 e quello più importante è la lingua ufficiale, il mandarino. Somiglia moltissimo alla lingua di Pechino, si parla ufficialmente in tutta la Cina e, principalmente, nel nord”.

Quanto è importante lo studio di questa lingua, anche in prospettiva di lavoro?

“Lo studio del cinese ha due tipi di importanza. Ha un’importanza culturale perché studiare una qualsiasi lingua, ma in particolare quella cinese, vuol dire anche conoscerne la cultura e le tradizioni. Conoscere la lingua di questo popolo così ricco di cultura e così misterioso per noi serve per abbattere quel famoso muro che ci separa da loro, il muro del pregiudizio. E questo è un aspetto secondo me molto importante. L’altro aspetto è quello lavorativo. Ovviamente, chi conosce la lingua cinese ha più possibilità di trovare lavoro rispetto a chi conosce una lingua come l’inglese o il francese. Ricordiamoci che il cinese viene parlato dal 15% della popolazione mondiale. E sono molti di meno quelli che studiano la lingua cinese rispetto a quanti studiano, appunto, lingue come l’inglese o il francese. Dunque opportunità di lavoro ce ne sono di più, ad esempio, nel campo del turismo, del commercio e dell’interpretariato”.

Lei insegna all’Istituto Confucio di Roma: quanti sono gli studenti che partecipano alle vostre lezioni durante l’anno?

“L’Istituto Confucio organizza corsi trimestrali e generalmente ci sono circa 250 iscritti per trimestre, ora scesi a poco meno di 200 a causa del Covid. L’Istituto cerca di formare classi mai troppo numerose, formate da non più di 10-12 studenti, per aiutare anche l’assimilazione della lingua”.

Professoressa Meloni, lei ha parlato prima dell’insegnamento della lingua cinese con il Covid: come è cambiato il rapporto con i suoi studenti?

“Innanzitutto sono cambiate la metodologia e le risorse utilizzate. Si è passati da una lezione in presenza ad una lezione in Dad. Ovviamente diverse cose che si potevano fare in presenza, oggi non è possibile farle in Dad. E viceversa. Diverse cose che riesco a fare in Dad, mi riferisco all’uso del computer, di internet e di numerose app quasi impossibile da utilizzare in classe invece in Dad riesco ad utilizzarle. Quindi non c’è un cambiamento in positivo o in negativo. Secondo me l’unico cambiamento è relativo alla metodologia. Bisogna trovare nuovi metodi, sperimentare nuove risorse. L’unica difficoltà, forse, è per i piccoli che magari possono trovare l’insegnamento in Dad leggermente più pesante. Ma se l’insegnante riesce a trovare nuovi stimoli, nuovi giochi, nuove app e nuove metodologie, sicuramente può andare incontro alle esigenze dei bambini”.

A proposito di bambini, è più difficile insegnare loro o agli adulti?

“Questa è una domanda che mi fanno sempre. Io amo insegnare in generale. Adoro insegnare. Però devo essere sincera: trovo molto più stimolante, molto più divertente insegnare ai bambini. I bambini sono assetati di sapere, sono curiosi, fanno moltissime domande e stimolano l’insegnante a parlare anche di cultura. L’insegnante stimola lo studente e questi fa altrettanto. Inoltre, il bambino si annoia facilmente rispetto all’adulto e quindi ogni volta, prima della lezione, l’insegnante deve preparare nuove metodologie, nuovi schemi e nuovi giochi. Per quanto riguarda la facilità, secondo me i bambini sono più agevolati rispetto agli adulti. I piccoli ascoltano un suono e lo ripetono. L’adulto, invece, ha bisogno che l’insegnante gli spieghi come mettere la lingua, come posizionare le labbra: si tratta di regole fonetiche, oltre che grammaticali, che l’adulto deve sentire, deve capire, altrimenti non è in grado di imparare e parlare una nuova lingua. Il bambino, invece, ripete quello che sente. Quindi non posso dire che sia più o meno facile ma i bambini sono più agevolati rispetto agli adulti”.

A quale età i bambini possono cominciare a studiare il cinese?

Ho avuto studenti anche di 3 anni, alcuni con difficoltà di apprendimento. Hanno imparato prima a leggere e scrivere in cinese che in italiano. Qualsiasi età va bene, basta che sia il bambino a scegliere”.

Professoressa Meloni, si è soffermata sull’insegnamento in presenza, sull’insegnamento a distanza. Qual è il consiglio che si sente di dare ad una persona, ad un bambino che voglia cominciare lo studio della lingua cinese?

Lo stesso che mi diede il mio insegnante all’università: ascoltare molto, parlare molto, leggere molto, scrivere molto. E poi divertirsi“.

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