lunedì 10 Agosto 2026

La morte si sconfigge con le belle canzoni

Intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

Da tanto tempo non si ascoltava un disco di un cantautore cosi ricco, piacevole, vario, profondo e – diciamo pure – “colto” come E poi scegliere con cura le parole. L’ha inciso Mauro Ermanno Giovanardi, cantautore già frontman dei La Crus, una delle grandi band del rock alternativo degli anni ‘90, che con questo lavoro giunge così al suo settimo album solista. La copertina, già da sola dice molto: il musicista lombardo che cammina su un nastro fluorescente in un ambiente virtuale, quasi una prova di equilibrio in un mondo dai connotati indefinibili. Ed infatti l’album è una prova di equilibrio artistico ed esistenziale: l’eleganza del pop e delle influenze francesi, i temi che incrociano speranza e solitudine, l’onnipresente suggestione di Luigi Tenco, gli archi e il ritmo utilizzati con sapienza, la collaborazione con altri autori (Francesco Bianconi di Baustelle, Kaballà, l’ottimo Cheope). L’onorata carriera di Giovanardi aveva già nel suo archivio una serie di bei dischi, tra cui svettava Il mio stile, ma questo nuovo lavoro discografico è destinato a far da punto di riferimento assoluto, sia per le sue future produzioni, come anche per il cantautorato italico ancora coraggiosamente in circolazione. Nel disco ci sono tredici canzoni, senza mai una caduta di tono, senza mai una banalità. Tredici canzoni: tutte belle, nei ritmi, nelle armonie, nei vestiti sonori, nella cantabilità. Sembra strano. Bisogna scomodare Lucio Dalla o Franco Battiato per azzeccare un filotto di questa qualità, con un album che si apre con Il buio sulla pelle, brano che contiene un versetto che è pura magia interiore: “io non riesco più a godere, di quel che faccio anche se è bello”. Vien da domandarsi: ma da dove viene tutta questa magia in un tempo di autotune e paccottiglia sonora?

Giovanardi ci dica: un disco che si apre con una frase sulla fatica di essere felici e si chiude con un brano che cita Schopenauer non rischia di essere un po’ troppo colto per i nostri tempi?

Mauro Ermanno Giovanardi – In effetti credo che sia il mio disco più esistenzialista e più filosofico. Potrei dire che forse è il mio album più serio, anche se è pieno di leggerezza pensosa, per dirla con Italo Calvino. Però devo dire che è un disco in cui mi rispecchio fino in fondo. Sono riuscito a realizzare ciò che un artista dovrebbe fare sempre, cioè produrre un’opera che lo rappresenta.

Però così si porta a galla la domanda su quale sia oggi il vero scopo della musica, e soprattutto della canzone d’autore: divertimento o arte della riflessione?

Giovanardi – Diciamo che per me la musica non è mai solo divertimento: è uno scandaglio. Mi da la possibilità di raccontare qualcosa di autentico, di non banale. Purtroppo a 17 anni sono rimasto ferito da Jim Morrison, dalla sua storia e dal suo approccio all’arte, per cui sono convinto che la musica ti deve portare da un’altra parte rispetto al freddo presente. Se devo definire il lavoro di nascita di un disco direi che è disciplina, sacrificio, costanza e concentrazione. Il divertimento inizia alla fine: il tour, le interviste, i concerti, il contatto con il pubblico, l’emozione del palco…

Il nuovo disco si apre con una canzone melodicamente stupenda, che è anche un manifesto personale, doloroso e intimo. Non c’è imbarazzo a mettersi a nudo?

Giovanardi Il buio nella pelle è nato da un momento di sconforto autentico, vissuto nel periodo del lockdown. Per un artista che pensa alla musica nel modo più performativo possibile non avere più concerti da un giorno all’altro, mettere un stop a quel “dare e avere” con il pubblico che è il concerto, è davvero distruttivo. Io ho vissuto quel periodo proprio male. E’ mi sono posto la domanda: ci sarà un futuro per chi vive facendo musica su un palco? Era un pensiero tragico, lo so, ma uno deve vivere ponendosi domande.

Oggi ci sono musicisti e c’è una musica che non vede neppure da lontano il palco: che pensa dell’epoca di Spotify?

Giovanardi – Non so bene come rispondere. Io, che i social li frequento per obbligo, come faccio a confrontarmi con un ragazzino che sta nella sua cameretta, che è un super mago nello smanettare sul Pc e fa 80 milioni di visualizzazioni con un brano campionato? Come faccio io a fare la gara con uno di queste superstar di Spotify? Se mi chiedessero quale potrebbe essere un mio sogno irrealizzabile, risponderei: che da domattina si oscurassero tutti i social, tutti. La musica, il fascino delle canzoni deve essere messo sul palco e sui dischi.

Lei propone oggi canzoni affascinanti che mettono in piazza l’ansia sciocca di vivere sempre in velocità, poi altre per fotografare una generazione – quella degli attuali sessantenni – che forse non sono riusciti a costruire quanto avrebbero potuto. E poi ancora un brano, Anni Zero, in cui nel dialogo tra una madre e una figlia appaiono delle luci positive sul futuro. Cosa lega tra loro queste narrazioni così differenti?

GiovanardiLa coscienza della mia generazione è un testo che ho scritto con Francesco Bianconi, ed in qualche modo è una meditazione su questa mia generazione che non è riuscita a realizzare i suoi sogni. Potremmo anche dire, parlando della mia epoca di musicisti, che in qualche modo ci siamo fatti fottere dall’industria discografica. Mentre invece si, Anni Zero, contiene uno spiraglio di luce. che altri pezzi non hanno. Sono temi diversi, ma sono forse accomunati dal fatto che li ho plasmati consapevolmente per raccontare il mondo che vivo. E volevo farlo con canzoni belle, senza difetti, lavorate fino alla pignoleria. Ecco: il mio obiettivo era far uscire un disco il più bello possibile. Con una cura artigianale di ogni particolare, di ogni istante, di ogni ritmo, di ogni arrangiamento.

Nelle canzoni si parla di ricerca, di amore, di felicità. Ma chi secondo lei può avere le orecchie aperte per ascoltare canzoni che hanno il difetto di non essere superficiali?

Giovanardi – Quando ti metti a lavorare a un disco nuovo non ti devi porre il problema di chi lo sentirà. Devi farlo per onestà verso te stesso, verso la tua storia, verso quello che senti ti dice il cuore. Posta questa premessa direi che questo gruppo di canzoni è indirizzato alle persone che non ascoltano musica come sottofondo. Per chi è stato giovane nei decenni scorsi la musica era qualcosa che – magari in maniera utopistica – poteva cambiare il mondo, uscendo dall’ovvio. C’erano canzoni che ti insegnavano qualcosa, che ti facevano pensare. Io cerco di mettermi in questo filone.

Qualche esempio di canzoni ed autori che uscivano dall’ovvietà ed a cui lei è legato?


Giovanardi – Ascoltare certe cose di Luigi Tenco o dei Velvet Underground mi faceva dire: ecco, la vita può essere così! Ed è ancora così. E’ la stretta connessione tra cantare ed esistere ad affascinarmi. Ed ora, dopo oltre trent’anni che canto in italiano, ho fatto un disco che già nel titolo ha l’obiettivo di scegliere con cura le cose da dire. Scegliere con cura tutto. E’ quasi un programma esistenziale.

Quando un cantautore pubblica un disco, cosa si attende? Grandi vendite, l’affetto del pubblico, il riscontro dei media e dei social? Cosa si aspetta da questo E poi scegliere con cura le parole?

Giovanardi – Sono sempre più convinto che l’unico modo, filosofeggiando in maniera semplice e popolare, che l’unica arma che abbiamo per sconfiggere la morte è quella di lasciare un piccolo segno del nostro passaggio, un impronta che ci rappresenti e ci somigli. Se uno pensa a Picasso – e non voglio per questo paragonarmi a lui – direi che Pablo con Guernica ha sconfitto la morte, perché quella sua rappresentazione rimarrà per sempre. Devo dire che questo album mi somiglia molto, mi riveste esattamente come il vestito di un sarto, quindi ne sono soddisfatto. E speriamo, in un certo modo, che possa sconfiggere la morte.

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