Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ventisei anni senza verità

Le indagini per fare luce sull'omicidio della troupe del Tg3 proseguono, nonostante i depistaggi
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ROMA – Ventisei anni di bugie, di depistaggi e di falsi colpevoli. Ventisei anni senza la verità per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la giornalista del Tg3 e il suo operatore assassinati il  20 marzo del 1994 in Somalia. Una battaglia che va avanti, una ricerca che non si ferma dopo che il giudice per le indagini preliminari di Roma, Andrea Fanelli, lo scorso ottobre, nel respingere la nuova richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Roma, ha disposto ulteriori accertamenti investigativi da effettuarsi nell’arco di 180 giorni.

“Confidiamo che in questi sei mesi la Procura di Roma abbia raccolto elementi utili a chiarire una volta per tutte lo scenario reale del duplice omicidio e soprattutto, aspetto fondamentale, tali da riaprire un’inchiesta che taluni vorrebbero chiusa al più presto, senza colpevoli”, ha detto pochi giorni fa in un’intervista ad articolo21.org l’avvocato Giulio Vasaturo, legale della Federazione nazionale della Stampa Italiana e dell’Usigrai, che si sono costituite “parti offese” nel procedimento penale.

TRAFFICO D’ARMI E RIFIUTI TOSSICI, LA VERITA’ CHE NON DEVE EMERGERE

Quando è stata assassinata, Ilaria indagava su un traffico di armi e rifiuti tossici dall’Italia al Corno d’Africa. Questa la pista seguita dalle autorità giudiziarie e da ben due commissioni di inchiesta parlamentari.

Ma gli sforzi per trovare la verità sono stati vani, anzi umiliati dall’assoluzione, il 19 ottobre 2016, di Hashi Omar Hassan, il giovane somalo condannato in primo grado con l’accusa di aver fatto parte del commando che trucidò la troupe del Tg3. E’ qui, nella sentenza che stabilisce la totale estraneità di Hassan rispetto al duplice omicidio, che i giudici mettono per la prima volta nero su bianco la parola “depistaggio”.

Per i giudici, infatti, è tutto da rifare: Hashi Omar Hassan è un semplice “capro espiatorio, mentre il teste principale d’accusa, Ahmed Alì Rage detto Jelle, ha dichiarato il falso, “coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata”.

“Questo non è un paese democratico, basta prese in giro dallo Stato“, aveva detto tre anni fa, poco prima di morire senza giustizia, la madre di Ilaria, Luciana Alpi. Ma, oggi, la ricerca della verità continua e la speranza di fare luce sull’intreccio tra mafia, servizi segreti e la Somalia, stato fallito nel quale la cooperazione italiana portava avanti grandi affari, non si è mai spenta.

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20 Marzo 2020
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