Manduca, l’avvocato D’Amico: “Sentenza ribaltata mostra intoccabilità magistrati”

"La settimana prossima depositeremo il ricorso per Cassazione e promuoveremo delle iniziative di sensibilizzazione sul caso"
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – “Con la sentenza del 4 marzo 2019, facciamo marcia indietro di almeno 50 anni rispetto alla pronuncia precedente. Per lo Stato, la vita di Marianna Manduca non poteva essere salvata, nonostante le 12 denunce fatte dalla donna contro il marito. La spiegazione di questa sentenza è puramente corporativa. I magistrati non si discutono e non sbagliano mai”. Lo ha detto all’Agenzia Dire Licia D’Amico, avvocato difensore di Carmelo Calì nel processo sulla morte di Marianna Manduca, la donna accoltellata e uccisa quasi 12 anni fa dal marito dopo ben 12 denunce inascoltate.

“Ora alle donne bisognerà dire che in caso di minacce di morte da mariti, fidanzati, etc, bisognerà comprare direttamente un loculo al cimitero, perché altro non si può fare”. Nella sentenza si è raggiunta “una gravità oltre ogni limite”, ha continuato D’Amico. La sentenza sottolinea che il coltello con cui Marianna venne minacciata e quello con cui e’ stata uccisa sono diversi tra loro e che pertanto la perquisizione non avrebbe potuto mettere al riparo Manduca e ancora che nessun Tso fu mai chiesto per l’ex marito Saverio Nolfo. “Come se- ha sottolineato D’Amico- solo i pazzi accertati possano commettere degli omicidi”. Per la Corte- come riportato in sentenza- ‘non è sostenibile che un eventuale interrogatorio avrebbe comportato la cessazione delle minacce’, “mentre forse- puntualizza l’avvocato a sottolineare l’inerzia che c’è stata da parte dei magistrati- una convocazione in caserma avrebbe potuto far ragionare un uomo del genere, avvisandolo e rendendolo consapevole che stava superando il limite. Ma queste sono solo ipotesi, perché i fatti sono altri: una donna pugnalata e 12 denunce impressionanti di richieste d’aiuto alle Istituzioni dello Stato, alla Procura della Repubblica che invece non l’hanno ascoltata in nessun modo”.

Inoltre, questa sentenza “è uno schiaffo agli orfani di Marianna Manduca- ha ribadito D’Amico- perché sono state chieste indietro anche le somme versate come risarcimento dalla Presidenza del Consiglio in esecuzione della sentenza di primo grado”. “In un momento storico che fa venire i brividi da tanti punti di vista, in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno, una sentenza come questa lancia un messaggio ben preciso da parte delle Istituzioni: non è un problema nostro. Il segnale per le donne vittima di violenza è terrificante, un passo indietro rispetto a tutte le campagne di sensibilizzazione di questi anni- ha spiegato ancora D’Amico alla Dire che ha aggiunto:”Nonostante la profonda delusione comunque noi andiamo avanti. La settimana prossima depositeremo il ricorso per Cassazione e promuoveremo delle iniziative di sensibilizzazione sul caso. Non possiamo accettare- ha concluso- una sentenza di retromarcia così grave e pesante”.

di Chiara Buccione

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

20 Marzo 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»