venerdì 13 Marzo 2026

I pulcini, come i bambini, capiscono la differenza tra Kiki e Bouba: cosa racconta l’ultima ricerca

Una ricerca dell’Università di Padova dimostra che anche i pulcini hanno una predisposizione innata verso specifici collegamenti tra suono e forma

ROMA – Anche nei pulcini scatta l’associazione ‘tipica’ Bouba-Kiki che succede negli esseri umani. Che quando sentono il suono ‘Kiki’ pensano a un oggetto appuntito e quando sentono ‘Bouba’ a uno tondeggiante. Lo ha scoperto una recente ricerca sviluppata all’Università di Padova, che ha indagato l’effetto Bouba-Kiki in pulcini di pollo nei primissimi giorni di vita dopo la schiusa. Come? Facendo muovere i pulcini in determinati spazi e mettendo un altoparlante nascosto che ripeteva queste due parole. E così hanno visto che i pulcini sceglievano il pannello con la forma appuntita quando udivano “Kiki” e quello con la forma tondeggiante quando udivano “Bouba”.
Lo studio si intitola “Matching sounds to shapes: Evidence of the Bouba-Kiki effect in naïve
baby chicks” ed è stato pubblicato su «Science» dai ricercatori dei dipartimenti di Psicologia Generale e di
Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova, che ha indagato l’effetto
Bouba-Kiki in pulcini di pollo nei primissimi giorni di vita
dopo la schiusa, testando in modo
pressoché totale le loro esperienze precedenti al test.

COSA È BOUBA-KIKI

Come spiega il comunicato, negli umani Bouba-Kiki è quel fenomeno in cui le persone, indipendentemente dalla loro cultura o lingua parlata, associano sistematicamente determinate forme astratte a specifici suoni. Bouba e Kiki non esistono in realtà, sono “etichette verbali”, parole inventate che evocano caratteristiche fisiche. Nella specifica associazione, la maggior parte degli individui della nostra
specie associa il suono “Kiki” a un oggetto appuntito e “Bouba” a uno tondeggiante. Studi condotti
su bambini molto piccoli suggeriscono che questo effetto possa riflettere un meccanismo percettivo
innato
, sebbene sia difficile escludere del tutto la possibilità che tali associazioni possano venire
apprese molto rapidamente dopo la nascita, dato che i bambini sono precocemente esposti ad a una
grande quantità di informazioni multisensoriali.

I TEST SUI PULCINI

In una prima fase, i ricercatori hanno insegnato a pulcini di tre giorni ad aggirare un pannello
su cui era stampata una forma ambigua, composta sia da elementi tondeggianti che elementi
spigolosi, rispetto ad un pannello privo di disegno. Lo scopo era quello di indurre gli animali a
scegliere il pannello con la forma secondo la regola “forma per cibo appetitoso”.
Successivamente, i pulcini si sono confrontati con due nuovi pannelli: uno dal contorno
interamente appuntito e uno tondeggiante. Ciascun animale è stato sottoposto a 24 prove, alternate
in modo casuale: in metà veniva riprodotta in sottofondo, tramite un altoparlante nascosto, una
ripetizione del suono “Kiki”, nelle altre, il suono “Bouba”. I ricercatori hanno osservato che i
pulcini sceglievano il pannello con la forma appuntita quando udivano “Kiki” e quello con la forma
tondeggiante quando udivano “Bouba”
.

I ricercatori – Maria Loconsole, Silvia Benavides-Varela e Lucia Regolin – hanno poi rafforzato
il controllo su tre fattori critici: la maturazione (testando i pulcini entro le prime 24 ore dalla
schiusa), l’esperienza sociale (effettuando il test prima che gli animali avessero contatto con altri
pulcini) e l’associazione tra pannello con forma ambigua e ricompensa (quindi eliminando qualsiasi
precedente addestramento o ricompensa alimentare).

I PULCINI DAVANTI ALLA TV

Alla nascita, ciascun pulcino veniva inserito in un’arena in cui era presente uno schermo
televisivo
su cui veniva proiettato per 30 minuti uno stimolo visivo con contorni sia rotondi che
spigolosi, così da consentire un periodo di familiarizzazione. Dopodiché, i ricercatori hanno testato
la preferenza spontanea dei pulcini tra due forme (tondeggiante e spigolosa), associate alla
ripetizione del suono “Bouba” o “Kiki”. Si è registrato che gli animali – che erano liberi di esplorare
l’ambiente e di avvicinarsi a ciascuna delle due forme – trascorrevano più tempo in prossimità della
forma congruente con il suono udito, similmente a quel che accade negli umani.

I dati raccolti su pulcini di pochi giorni sembrano indicare l’esistenza di una predisposizione
innata
verso specifiche associazioni tra suono e forma, di conseguenza tale meccanismo non è una
solo prerogativa degli umani
, ma può essere presente in altre specie animali. “I nostri risultati ci hanno permesso di dimostrare che non è necessario avere un cervello predisposto al linguaggio umano perché si creino delle associazioni tra suoni e forme – dice Maria Loconsole del dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova -. La ricerca evidenzia come esistano dei meccanismi percettivi semplici e basilari che sono condivisi tra diverse specie animali. Questo lavoro rappresenta un’importante punto di partenza per nuove ricerche sul fonosimbolismo nell’uomo, per capire come una predisposizione comune ad associazioni tra diverse modalità sensoriali possa aver svolto un ruolo particolare nel supportare l’emergere del linguaggio nella nostra specie”.

Leggi anche