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Disparità di genere, Italia fanalino di coda in Europa nel 2018

ROMA - Quale divario esiste tra donne e uomini nel mondo? A questa semplice (quanto spinosa) domanda risponde il Global
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ROMA – Quale divario esiste tra donne e uomini nel mondo? A questa semplice (quanto spinosa) domanda risponde il Global Gender Gap Report, che ieri ha fornito la classifica per il 2018 dei Paesi del mondo riguardante le disparità di genere, tenendo conto degli ambiti dell’economia, della politica, della salute e della formazione.

Caterina Conti

Il rapporto fa parte del Centro del Forum per la New Economy and Society, che mira a costruire economie e società dinamiche e inclusive che offrano un futuro di opportunità per tutti e, in questo caso, a dare un indicatore chiaro dell’evoluzione diacronica della questione. Parte da qui l’articolo di commento e riflessione di Caterina Conti, membro del Comitato DireDonne.

Dai dati studiati- ricorda in premessa l’autrice- emerge che il divario di genere globale si è ristretto leggermente nel 2018 per quanto riguarda il miglioramento dell’uguaglianza salariale (raggiunto nel 51% dei casi) e il numero di donne in posizioni professionali apicali (34% a livello globale), ma in proporzione meno donne hanno partecipato alla forza lavoro o alla vita politica. Questo si spiega innanzitutto con una motivazione oggettiva: l’automazione sta avendo un impatto sproporzionato sui ruoli tradizionalmente eseguiti dalle donne.

Una seconda motivazione è data dal fatto che le donne sono sottorappresentate nelle aree di occupazione in crescita, che richiedono competenze e conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Una terza motivazione riguarda il fatto che l’infrastruttura necessaria per aiutare le donne ad entrare o rientrare nel mondo del lavoro- come l’assistenza all’infanzia e al lavoro- è sottosviluppata e il lavoro non retribuito rimane principalmente responsabilità delle donne. Il corollario è che i notevoli investimenti fatti da molte economie per colmare il divario educativo non riescono a generare rendimenti ottimali sotto forma di crescita. Insomma, la parità è ancora lontana, se si considera che le donne sono ancora tenute indietro per quanto riguarda l’accesso alla salute, all’istruzione e l’emancipazione politica. Come dire: le donne diventano sempre più “uguali”- sottolinea Conti- ma hanno ancora meno potere economico del dovuto e una minore autonomia in campo politico: votano di meno, assumono meno incarichi, prendono meno parte alla vita politica.

Un dato molto interessante riguarda anche l’andamento diacronico del “salto” di genere: si considera che se l’attuale tasso di cambiamento restasse costante nel tempo, il divario di genere globale impiegherebbe circa 108 anni per chiudersi del tutto e che la parità di genere economica durerebbe ancora per 202 anni di distanza. C’è di che aspettare, insomma, se non si interviene con strumenti ad hoc. Nella graduatoria internazionale il Paese in cui l’equilibrio tra uomo e donna è più rispettato maggiormente risulta l’Islanda e non è un caso: i dati suggeriscono che si sta verificando una divergenza regionale a seconda delle aree del mondo, con 22 economie occidentali che hanno assistito a un miglioramento dell’empowerment politico per le donne rispetto a un allargamento nel resto del mondo. Significa che in Europa il “gap” si sta riducendo. Ad esempio, quando si parla di donne in Parlamento, queste economie occidentali- che collettivamente hanno chiuso il 41% del divario- hanno visto i progressi inversi nel 2018. Non per niente dopo l’Islanda si classificano Paesi come la Norvegia (con l’83,5%), la Svezia (3°, 82,2%), e la Finlandia (4°, 82,1%), nonché il Nicaragua (5°, 80,9%), che è aumentato di un punto, sorpasso del Ruanda (6°, 80,4%), la cui ascesa costante pluriennale si è arrestata per la prima volta. Il nuovo arrivato tra i primi 10 posti- continua Caterina Conti- è la Namibia (10°, 78,9%), il secondo paese dell’Africa sub-sahariana a farlo.

Tra il gruppo dei paesi del G20, la Francia ancora una volta ha conquistato il 12° posto (77,9%), perdendo una posizione rispetto allo scorso anno, seguita da Germania (14°, 77,6%), Regno Unito (15°, 77,4%), Canada (16°, 75,5%) e Sudafrica (75,5%). Gli Stati Uniti perdono due posizioni scendendo al 51° posto (72%) e sei paesi al 100 scendono ancora di graduatoria, come la Cina (103°, 67,3%), l’India (108°, 66,5%), il Giappone (110°, 66,2%), la Repubblica di Corea (115°, 65,7%), la Turchia (130°, 62,8%) e l’Arabia Saudita (141°, 59%).

E l’Italia? L’Italia è fra gli ultimi posti nella classifica per quanto riguarda l’Europa: peggio di noi solo Grecia, Malta e Cipro. In termini assoluti, l’Italia passa- rispetto al 2017- dall’82esimo posto al 70°: magra consolazione- evidenzia l’autrice- se si pensa che siamo superati da Nicaragua, Namibia, Costa Rica e Onduras, dove si compiono enormi passi avanti per quanto riguarda l’accesso all’istruzione e la possibilità di esercitare un’autonomia lavorativa. Il nostro Paese, insomma, ha ancora molto lavoro da fare se vuole allinearsi al resto dell’UE e se intende far crescere l’economia. È un tema che Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, ha collegato direttamente: “Le economie che avranno successo nella Quarta rivoluzione industriale saranno quelle in grado di sfruttare tutti i loro talenti disponibili [leggasi: il genere femminile ndR]. Le misure proattive che sostengono la parità di genere e l’inclusione sociale e affrontano gli squilibri storici sono quindi essenziali per la salute dell’economia globale e per il bene della società nel suo insieme”. Piaccia o non piaccia- conclude Caterina Conti-in quest’ambito si gioca la partita del futuro. “Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”.

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