sabato 5 Settembre 2026

“Una vittoria di Pirro”: cosa rivela davvero il caso della vigilessa bergamasca. L’analisi di Harald Ege alla Dire

Una vigilessa viene risarcita per le ritorsioni subite, ma per lo psicologo del lavoro il caso mostra i limiti italiani nel riconoscere davvero il mobbing

MILANO – A prima vista sembra la storia di un riscatto: una vigilessa della Val Seriana denuncia irregolarità interne, subisce anni di umiliazioni e demansionamenti, e alla fine il Tribunale del lavoro di Bergamo le riconosce 25.000 euro per le ritorsioni subite. Ma dietro questa sentenza, celebrata in alcune ricostruzioni come “storica”, si nasconde, secondo Harald Ege, psicologo del lavoro e psicologo forense tra i massimi esperti europei di conflittualità lavorativa, intervistato dalla Dire, la fotografia di un sistema che continua a non chiamare le cose con il loro nome. Per Ege, la decisione è “una vittoria di Pirro”, rivelatrice di un nodo più profondo: il mobbing non viene nominato, la responsabilità individuale si dissolve nell’idea di “ambiente stressogeno” e il risarcimento resta minimo perché il danno non viene qualificato correttamente.

Il caso: dalle denunce alle ritorsioni

Tra il 2020 e il 2022 la vigilessa segnala irregolarità nella concessione di buoni pasto, permessi studio e benefit; denuncia poi una richiesta impropria di 130.000 euro alla Regione Lombardia. L’Autorità anticorruzione e la Guardia di finanza ricevono le sue segnalazioni, ma nell’ambiente di lavoro- come ricostruito dagli atti- cambia tutto: viene derisa pubblicamente dal comandante, isolata dai colleghi, tolta dalla pattuglia, penalizzata nelle valutazioni, fino al demansionamento a mansioni marginali. Secondo la ricostruzione, le segnalazioni dell’agente riguardavano anche la gestione interna del comando e l’uso improprio di fondi; dopo quelle denunce il clima è rapidamente degenerato, trasformandosi in un vero isolamento operativo.

La sentenza riconosce che quelle condotte sono state ritorsive. Il caso, diventato subito di rilevanza mediatica, è stato a più riprese definito come “precedente giuridicamente significativo per il riconoscimento di un danno morale a una whistleblower (persona che denuncia irregolarità ndr) pur in assenza di un riconoscimento del danno biologico (quando peraltro la signora ha avuto anche un consistente danno biologico). Ma per Ege questa lettura è riduttiva:non racconta il cuore del problema.

Il punto cieco del sistema: il mobbing non viene nominato

Il primo elemento che Ege sottolinea alla Dire è l’assenza della parola chiave: mobbing. “Se il whistleblowing fosse stato davvero riconosciuto- spiega- sarebbe stata riconosciuta anche la ritorsione come perfetta espressione di mobbing. Ma questo non viene fatto, perché riconoscere il mobbing significa individuare un responsabile, attribuire una condotta dolosa”.

Per Ege non è una dimenticanza: è un meccanismo strutturale. Il sistema giudiziario tende a parlare di “ambiente lavorativo stressogeno”, una formula che sposta l’attenzione dal soggetto attivo al contesto impersonale. Quando il danno diventa “ambientale”, tutto si diluisce: la responsabilità individuale si attenua, la violenza relazionale scompare in una nebbia di clima sfavorevole.

“Si passa dal gesto alla cornice- osserva- dal comportamento alla scenografia. In pratica nessuno fa più il mobbing”. Il cortocircuito della giurisprudenza: la nocività ambientale che protegge i persecutori

Ege definisce questo approccio “distorsivo”: se si attribuisce il danno sistematicamente a un ambiente generico e non a condotte specifiche, la tutela evapora, svanisce. Il risultato è un paradosso: si riconosce che la vittima ha subito un pregiudizio, ma non si riconosce chi glielo ha inferto. Si indennizza, ma non si fa vera giustizia.

Questo produce, secondo l’esperto, un effetto a cascata: i risarcimenti, già ridotti all’osso, si appiattiscono ulteriormente verso il basso. “La media nazionale- ricorda- è di 25.244 euro, praticamente identica ovunque. Una cifra ridicola rispetto a vite lavorative e psicologiche distrutte”.

Finché il danno verrà definito come semplice ‘nocività’, senza graduare la gravità delle condotte, i risarcimenti non saranno congrui, poco proporzionate, e questo perché non si coglie la natura progressiva dei fenomeni persecutori.

Ege ci tiene inoltre a ricordare che l’Eristress, da lui ideato nel 2024, non è uno stress ambientale ma uno stress da conflittualità. La falla dunque è procedurale: chi deve valutare non solo il mobbing, lo straining e qualsiasi situazione stressogena sul lavoro?

Il caso della vigilessa porta alla luce un altro problema: il nesso causale e i danni sono stati valutati da un medico legale. Ege ricorda che il decreto legislativo 109/2023 attribuisce espressamente allo psicologo del lavoro la competenza specifica sulla valutazione del mobbing e dello stress lavoro correlato.

E ricorda che Mobbing e Straining, in effetti, non sono qualificazioni medico-legali ma della psicologia del lavoro che ha compreso e definito questi fenomeni psico-sociali (Ege stesso ha ideato lo Straining nel 2004): un equivoco che non può più sussistere.  Per l’esperto non è un tecnicismo: “La consulenza tecnica d’ufficio è la fase che incide di più sugli esiti del processo. Se lì non c’è chi conosce la dinamica persecutoria, se lì non c’è la lettura psicologica delle condotte, allora tutto il resto ne porta le conseguenze”.

La persona al centro (o meglio: ai margini)

Il ragionamento dello psicologo del lavoro si conclude con un affresco chiaro: il sistema sta perdendo di vista la persona. “Le sofferenze reali finiscono per scomparire. La tutela civile sta perdendo la sua essenza”. Secondo Ege, infatti, la vicenda bergamasca è una verità riconosciuta molto superficialmente: individua il torto, ma non la qualificazione di ciò che la donna ha subito. Riconosce un vago ambiente ostile, ma non nomina gli autori delle condotte. Parla di whistleblower, ma non trae fino in fondo le conseguenze della scelta di denunciare. Il risultato, avverte, è un sistema che preferisce parlare di aria pesante piuttosto che di azioni illecite. Ed è proprio per questi aspetti che spesso ci si ritrova davanti a ciò che lui definisce, appunto, vittorie di Pirro.

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