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L’appello della figlia dell’eroe di ‘Hotel Rwanda’: “Arrestato e torturato, il Vaticano intervenga”

Rusesabagina è detenuto dal 27 agosto 2020. Secondo i suoi familiari, e anche il Parlamento europeo, il suo arresto è avvenuto secondo modalità illegali
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ROMA – Un appello al Vaticano affinché prenda posizione e “parli a nome di Paul Rusesabagina”, l’ex manager d’albergo eroe nel film hollywoodiano ‘Hotel Rwanda’ condannato a settembre a 25 anni di carcere per terrorismo: a rivolgerlo è la figlia Carine Kanimba, in un’intervista con l’agenzia Dire.

Il colloquio si tiene a Roma, dopo un’audizione di fronte al Comitato permanente della Camera dei deputati per i diritti umani nel mondo. A pochi giorni da una missione a Londra, dove pure porterà la sua testimonianza in parlamento, Kanimba ringrazia i legislatori italiani che si sono impegnati a scrivere al presidente Paul Kagame per chiedere il rilascio di Rusesabagina.

In ‘Hotel Rwanda’, un film di Terry George che ha ottenuto tre premi Oscar, si racconta di come durante il genocidio del 1994 l’ex manager d’albergo contribuì a far fuggire e a salvare oltre mille persone.

Tutti hanno il dovere di prendere posizione quando ci sono prove di ingiustizie e di torture, per rispetto sia del principio di umanità che della giustizia” dice Kanimba. “Vorrei rivolgermi però in particolare al Vaticano e alla Chiesa, che hanno la responsabilità di difendere i diritti umani e le persone”.

Rusesabagina è detenuto dal 27 agosto 2020. Secondo i suoi familiari, e anche il Parlamento europeo, il suo arresto è avvenuto secondo modalità illegali. L’ex manager, da tempo in rotta di collisione con Kagame, attivo in politica e residente negli Stati Uniti, dove era stato insignito della “Presidential Medal of Freedom”, si era imbarcato a Dubai su un charter che pensava diretto in Burundi. L’aereo era stato però già utilizzato altre volte dal governo del Ruanda e, dopo un atterraggio imprevisto nella capitale Kigali, erano scattate le manette. La condanna di Rusesabagina, per terrorismo, sarebbe legata al finanziamento delle Forze di liberazione nazionale, una falange ribelle responsabile tra il 2018 e il 2019 dell’uccisione di nove persone.

Accuse false, secondo Kanimba, che denuncia non solo l’illegalità dell’arresto ma anche le condizioni di detenzione del padre. “E’ un essere umano, ha 67 anni e problemi di cuore, ha avuto un cancro e non è trattato in modo giusto” denuncia la figlia. “Alla luce dei fatti e delle prove che sono emerse, credo che i parlamenti dei Paesi debbano approvare nuove risoluzioni per esercitare più pressione sul Ruanda. Dovrebbero farlo anche i governi e poi la Chiesa e il Vaticano, che potrebbero parlare a nome di mio padre”.

Kanimba vive negli Stati Uniti, ha 28 anni e origini tutsi. Durante il genocidio divenne orfana dei genitori. Allora, insieme con la sorellina Anaise fu adottata da Rusesabagina, hutu sposato con una tutsi.

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