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Wolff vs Horner, la guerra della F1 nella trincea dei box

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Resa dei conti fuori pista: 'crash talk' tra i boss Mercedes e Red Bull
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ROMA – Quando ancora a Wolff toccava vedersela con la Ferrari, il boss della Mercedes impose al suo team un trucchetto psicologico mutuato da Sebastian Coe: ogni dipendente della sua scuderia doveva fissare una foto della sua controparte in Ferrari. Dovete sempre avere l’avversario davanti agli occhi, diceva. Poi, dopo, Wolff ha confessato che non gli riusciva molto bene con Sergio Marchionne e Maurizio Arrivabene. “Ora con la Red Bull sarebbe molto più facile. Ma la loro foto nel mio armadietto non ce la metto, mi rovinerebbe la giornata”.

Mentre il mondo si ostina ad eccitarsi per lo scontro con poca esclusione di colpi tra Hamilton e Verstappen, dietro le quinte dei box (ma nemmeno poi troppo) si corre un’altra gara, in parallelo, su due autoscontro: quella tra i boss. Toto Wolff contro Christian Horner.

La Formula 1 è un circo autoconsapevole, che insegue disperatamente la battaglia, il sangue, lo show. Il Mondiale testa a testa, le rimonte in pista, gli incidenti, le spy story ingegneristiche, i ricorsi da azzeccagarbugli per farsi accreditare un punto in più o in meno. È tutta linfa per il movimento. Per cui quando arriva il momento, la F1 “ci inzuppa il pane” e manda in conferenza stampa combinata proprio quei due. Li innesca – se ce ne fosse bisogno – dando notizia del ricorso Mercedes rigettato, quello dell’incidente al giro 48 di Interlagos, con tempismo sospetto. Wolff e Horner non si tirano indietro, ai giornalisti manca solo il popcorn. Horner chiarisce il punto: “Io lo rispetto Wolff, ma non è che ci devo andare a cena o gli devo leccare il culo”. L’altro detta il titolo: “Prima era pugilato, ora è wrestling”. Applausi.

È un duello dietro le linee, questo, che ha radici profonde. Il trash talk si è rapidamente trasformato in un “crash talk”. Guidano la comunicazione come i loro piloti vetture-missile. “Il cattivo sangue tra i due è in una certa misura una forma speciale di energia rinnovabile”, ha scritto il Telegraph. Christian Horner ha tutta la parvenza di un uomo tranquillo, molto simile a Bernie Ecclestone. L’unica stravaganza visibile del 47enne è il suo matrimonio con l’ex Spice Girl Geri Halliwell.

Wolff, austriaco, due anni più vecchio di Horner, è arrivato a guidare il team ufficiale Mercedes da buon pilota di auto sportive e super-investitore. Ha portato una cultura completamente nuova che, in combinazione con una tecnologia ibrida superiore, è risultata vincente. Il principio del successo e dell’umanità non si escludono a vicenda, per Wolff. La moglie scozzese di Toto, Susie, è capo squadra in Formula E, e – scrivono in Germania – “preferisce risolvere le crisi in modo non pubblico, magari al tavolo della cucina”. Corse e soap opera: era una ricetta di successo della F1 di Ecclestone.

Wolff e Horner sanno come punzecchiarsi. Sono professionisti. Il copione prevede sempre un alettone, un flap, un millimetro fuori posto. E le annesse polemiche. A Baku, cominciò Horner: “Toto? Fossi in lui starei zitto”. Wolff non ci pensò nemmeno: “Christian è un pallone gonfiato che vuole essere ripreso dalle telecamere”. Il tira e molla è cominciato lì. Montato fino a Silverstone. Contatto in pista, Verstappen si ritira al primo giro. Horner attacca: “Hamilton non dovrebbe fare manovre del genere, è un sette volte campione del mondo. È inaccettabile, ha messo in pericolo un pilota, spero sia soddisfatto”. Wolff, in replica denuncia il “tentativo concertato da parte del management Red Bull di infangare il buon nome e l’integrità sportiva di Lewis Hamilton”. In un crescendo culminato con la perdita di ogni inibizione al Gp degli Stati Uniti. Wolff, accusato dal rivale di non saper gestire la pressione va sul personale spinto: “Perdere il padre e sentirsi solo a 14 anni e senza un soldo, quella è pressione. Qualcuno di noi davanti a un microfono o una telecamera crede di trovarsi a Hollywood e diventa un piccolo attore”.


Niente di improvvisato. È un gioco di ruolo raffinato. Wolff vuole riconoscere la calligrafia ecclestoniana nella recitazione di Horner, “ma non mi lascerò coinvolgere”, ha detto più volte: “Mi diverte, ma non mi tocca”. E invece c’è finito dentro. Eppure ai primi tentativi di Netflix di infiltrarsi nella narrazione della Formula 1 iniettando soap opera in uno sport da sempre a rischio noia, Wolff era rimasto decisamente indifferente. Tanto da negare la Mercedes alla prima serie di Drive to Survive, nel 2018, che poi è diventata un successo mondiale che trascina la F1 nel mercato statunitense. Lo sentiva come un surrogato del suo sport: “Non mi è piaciuto”, disse. “Non riflette quello che accade in pista”. Ma Wolff è un venture capitalist da 400 milioni di sterline, e ha ceduto all’affare. L’anno dopo dà accesso all’intimità del suo box alle telecamere. Ed è un disastro. La serie infierisce indugiando sul nono posto di un Hamilton influenzato e su una sua performance quasi auto-parodistica. Wolff sbotta: “Non si scherza con questa roba. Dovresti concentrarti sul lavoro. Non siamo superstiziosi, ma crediamo nel karma”.

Due anni e mezzo dopo, Wolff s’è convertito alla “Netflixlosofia” a tutti gli effetti. La sua teatralità a San Paolo lo ha definitivamente imposto come attore protagonista di un dramma globale. Ad un certo punto Wolff rompe “la quarta parete” tra protagonista e spettatore, e guardando dritto l’obiettivo rimprovera Michael Masi, che non penalizza Verstappen. “La diplomazia è finita”, detta.

Horner calpesta lo stesso palco. E fa quello timido. Ma anche durante l’estenuante duello di Interlagos, non smetteva mai di fornire aggiornamenti regolari alle tv dal muretto: “Sappiamo tutti che Toto ha molto da dire. Mi sento addirittura lusingato. Perché se guardi alla definizione di protagonista, serve anche un antagonista”. È un gioco al rimpiattino. Uno dice dell’altro che è “un burbero ossessionato dalle telecamere”, e l’altro gli dà del “maniaco del controllo”. Una commedia. Fino a poco tempo fa un diversivo, rispetto all’attrazione centrale. Ora invece non c’è Hamilton-Verstappen senza Wolff-Horner. Rivalità. Contrapposizioni. Un codice binario della comunicazione ad effetto Netflix. Verstappen se ne è tirato fuori: “Non sono davvero un tipo da spettacolo drammatico”, ha detto. “Voglio solo che accadano fatti e cose reali”. Nemmeno il tempo di dirlo ed è finita a sportellate, in pista. Fatti reali. Cose reali. Condite dalle trasmissioni radio sempre più affilate, ricamate. Uno spinoff dello stesso meraviglioso spettacolo. Più si avvicina il finale di stagione più i toni si saturano, in un mix di corse e rancore, sport e “shit-show”. Ayrton Senna e Alain Prost finirono nella ghiaia di Suzuka. Erano solo campioni su due bolidi. Preistoria. Senti come tira, oggi, una conferenza stampa tra due dirigenti. “Non è più Formula 1, è wrestling”, appunto.

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