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L’avvocato di Guantanamo: “Guerra al terrore, quante bugie”

Per i detenuti a Guantanamo, "il governo degli Stati Uniti ha ammesso che sono stati commessi errori nel 94 per cento dei casi"
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ROMA – “Ahmed Rabbani era un tassista di Karachi, in Pakistan. E’ stato venduto agli Stati Uniti in cambio di una ricompensa di 5mila dollari, accusato di essere il pericoloso terrorista Hassan Ghul. Quando uscì un rapporto del Senato americano, nel 2014, venimmo a sapere che il governo aveva scoperto che non si trattava veramente di Hassan Ghul già il secondo giorno della sua detenzione. A oggi sono 17 anni che si trova nella prigione di Guantanamo, senza che sia stata formalizzata un’accusa a suo danno”.

A raccontare la storia di Ahmed Rabbani all’agenzia Dire è Clive Stafford Smith. Inglese, 60 anni, avvocato, ha passato gli ultimi 40 a difendere prigionieri e condannati a morte. Nel 1999 ha fondato con due colleghi Reprieve, un’organizzazione in difesa dei diritti umani e contro la pena capitale. Dal 2002 ha rappresentato oltre cento detenuti nella prigione di Guantanamo, stuttura detentiva di massima sicurezza istituita 17 anni fa dagli Stati Uniti nella base navale omonima, anche conosciuta come Gtmo, a Cuba.

Mentre l’uscita nelle sale del film ‘The Report’ torna in questi giorni a far luce sulle torture e le violazioni dei diritti umani che hanno caratterizzato la “guerra al terrore” portata avanti dal governo degli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Smith fa il punto della situazione sulla prigione, ancora in funzione, emblema di quel delicato momento storico.

“Attualmente – dice l’avvocato e attivista – a Guantanamo sono ancora detenute 40 persone, 17 di loro sono High value detainees (Hvd)”, prigionieri considerati membri di spicco di gruppi terroristici e per questo fonti preziose di informazioni.

Smith continua: “Prima c’erano 780 prigionieri, ne sono stati liberati 740. Il governo degli Stati Uniti ha ammesso che per quanto riguarda le accuse a carico di queste persone sono stati commessi errori nel 94 per cento dei casi. Secondo me, in realtà, gli errori sono stati anche di più”.

Sbagli fatti anche nel caso di Ahmed Rabbani. La sua è la storia di molte delle persone che sono finite nella struttura detentiva di Cuba. “L’ho conosciuto nel 2005” ricorda Smith: “Mi ha raccontato tutte le vessazioni che ha subito. A Guantanamo, ma anche prima, per ben 540 giorni, in un sito clandestino per gli interrogatori gestito dalla Cia a Kabul”.

Oltre al tassista di Karachi, Smith ha conosciuto centinaia di persone passate per la prigione americana. “Sono stato fortunato, ho sempre avuto un buon rapporto con i miei assistiti, ma per loro è molto difficile” sottolinea l’avvocato.

“Sono stati vittime di torture orrende, e in molti casi soffrono di Disturbo post traumatico da stress (Dpts). Uno dei tratti distintivi di questo disturbo”, prosegue l’avvocato, “è che le persone che ne soffrono hanno grandi difficoltà ad avere fiducia nel prossimo, a credere negli altri. Sono veramente grato del fatto che riescano a fidarsi di me come fanno”.

Secondo Smith, gli Stati Uniti, per riuscire a portare avanti la loro “guerra al terrore” hanno “mentito e detto che queste persone erano molto pericolose, diffamandoli in ogni modo. Il nostro compito è quello di svelare queste bugie”.

Sollecitato su come sia stato possibile, per quella che è considerata la più importante democrazia del mondo, l’avvocato risponde che non c’è da stupirsi. “Nella mia lunga esperienza non è l’unica ingiustizia alla quale ho assistito” dice Smith, e poi aggiunge: “Ad esempio, anche adesso, il comportamento di alcuni politici italiani rispetto ai profughi che attraversano il mare è riprovevole perchè vanno avanti grazie all’odio che creano”.

E’ per combattere questi atteggiamenti che Smith ha deciso di intraprendere la carriera di avvocato impegnato nella difesa dei diritti umani. “Per me il problema più grande è come i leader delle nostre società utilizzano l’odio, che sia contro un gruppo di uomini musulmani accusati praticamente di qualsiasi cosa o contro persone afro-americane usate come capro espiatorio” denuncia Smith. “E’ una cosa che mi ha insegnato mia madre; quando vedo questo comportamento, queste dinamiche di odio, è mio dovere intervenire”.

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