Aip: “L’alienazione genitoriale esiste? Nessuno ha bisogno di un’altra sindrome”

Il presidente Di Nuovo chiarisce la differenza tra parteggiamento e alienazione
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ROMA – L’alienazione genitoriale e’ uno di quei casi di “etichetta imprecisa per fenomeni veri”. Introduce cosi’ la questione sulla cosiddetta alienazione genitoriale (PAS), Santo Di Nuovo, presidente dell’Associazione italiana di Psicologia (AIP), esperto di psicologia giuridica, a lungo giudice onorario nel tribunale per i minorenni e nella sezione per la famiglia della Corte d’Appello. “Nelle situazioni conflittuali, c’e’ sempre un tentativo piu’ o meno cosciente, piu’ o meno pesante, di condizionamento del figlio da parte di uno dei genitori, in genere quello affidatario”.

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Il termine specifico “alienazione indica un difetto dell’esame di realta’– chiarisce l’esperto- dunque definirebbe la patologia consistente nella perdita del contatto con cio’ che e’ reale. Questo però configura un disturbo che gia’ esiste: la psicosi“. Queste le principali ragioni, a detta del presidente, per cui “la Pas come sindrome a se stante non e’ accettata da gran parte della comunita’ internazionale e non e’ riportata nei manuali diagnostici come il DSM”. Peraltro, Di Nuovo precisa che “se ci sono dei casi di trascuratezza o di abusi verificati come reali e’ chiaro che non si puo’ parlare di alienazione”. Il riferimento all’alienazione genitoriale, comunque, viene utilizzato quando avvengono “delle controversie per la custodia dei figli e uno dei due genitori- continua Di Nuovo- attiva un programma di denigrazione sistematica contro l’altro, sfruttando il figlio e facendolo inconsapevolmente contribuire al processo di denigrazione”. Nella maggioranza dei casi “sono situazioni estreme e riguardano le madri”. Il bambino piccolo, infatti, “ha sempre paura di perdere l’affetto di chi se ne prende cura” e, subendo “un condizionamento inconsapevole”, e’ percio’ spinto “a difenderlo attaccando l’altro”. Si tratta di “un desiderio di compiacimento che spinge a un parteggiamento, che in realta’, in situazioni dei consueti conflitti familiari, puo’ essere anche frequente e diffuso”.

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La differenza tra un semplice parteggiamento per uno dei genitori e l’alienazione risiede, dunque, nel quadro sintomatico dei bambini. Per quanti sono vittime di presunta ‘Pas’ si registrano “motivazioni illogiche, superficiali, prive di ambivalenze”. Convinzioni, puntualizza lo psicologo, “molto nette, che circoscrivono la colpa sempre a uno dei genitori, che e’ ritenuto cattivo”. Nella realta’, invece, “nei conflitti c’e’ sempre un’ambivalenza, i bambini non sono mai nettamente precisi e definiti nei loro atteggiamenti”. Inoltre, spesso puo’ accadere che “il bambino affermi cose che non puo’ direttamente conoscere e che non abbia alcun senso di colpa (come sarebbe naturale)” verso il genitore che accusa. Infine, puo’ verificarsi anche la tendenza “a estendere questa denigrazione alla famiglia del genitore, ai nonni per esempio”. Lasciandoci alle spalle un modello ‘adulto-centrico’, bisognerebbe dunque procedere “caso per caso, facendo un’analisi di come il bambino recepisce le informazioni, come le coordina tra loro”.

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A partire dall’eta’ del minore “bisognerebbe considerare anche tutte le condizioni emotive che regolano le relazioni con la famiglia”. È necessario, a detta di Di Nuovo, “un intervento, una perizia di tipo psicologico che consideri la sincerita’, la capacita’ di comprensione dei fatti, di raccontare la realta’”. Bisognerebbe comprendere se tutti questi elementi sono “coscienti o no, sulla base dell’eta’ e della dinamica personale”. Per questo e’ importante ribadire che non ci sono “mai casi uguali. Stabilire regole generali, dunque, va bene solo per la stampa e per gli scoop ma non funziona nella realta’. Tutti i casi- conclude- sono diversi l’uno dall’altro. E quindi avvocati, giudici, magistrati, psicologi e servizi sociali devono raccordarsi per comprendere il singolo caso nel proprio contesto”.

di Camilla Folena

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