ROMA – Ogni volta che Walter Sabatini parla è letteratura. Non-fiction che sembra quasi inventata. Il “diesse” più sgualcito del calcio italiano non ha niente a che fare con la sua retorica paludosa. Le frasi fatte Sabatini non sa cosa siano: lui racconta. Tutto, tanto, troppo. E’ come se il calcio non dicesse niente per lasciare la parola a lui. E così, nella fattispecie intervistato dal Corriere della Sera, dice: “Del resto in un calcio così omologato si fa presto a essere personaggi”.
Sabatini si può leggerlo per highlights. Tipo “io sono vittima di me stesso, col mio cervello di sinistra e il mio corpo di destra”. Oppure: “Mi porto dietro ancora oggi il senso di colpa per aver rifiutato davanti ai miei amici la merenda che mi offriva mio nonno”.
Parla di calcio «pirandelliano»: “Significa che il calcio è soprattutto una menzogna, un imbroglio: regala tanto a pochi e niente a tutti, per cinquanta fortunati ci sono cinque milioni di disperati. E non c’è niente di peggio che poter crescere nell’illusione di poter fare il calciatore”. Scoprire un campione è “un piacere intellettuale, lo sento come una bottiglia che si rompe dentro”.
Sabatini è un malato cronico “ai polmoni e ai bronchi e ho due stent al cuore. Le mie giornate sono pigre, ritmi alti non ne posso tenere. Quando esco lo faccio con la sedia a rotelle, perché mi si è spostata una vertebra e dopo la cementificazione mi ero montato la testa e sono scivolato dal letto, fratturandomi il femore. Sono tutto rotto, ma il vero problema resta il respiro: per parlare senza affaticarmi devo usare l’ossigeno”.
E’ quasi morto nel 2018: “Ma quello che mi tormenta è il coma farmacologico di circa venti giorni: ho incontrato chiunque sotto gli effetti dei farmaci. Sembrava così reale che mi causa ancora dei tormenti. Ho incontrato anche Dio sotto mentite spoglie, ma è stato un po’ deludente perché mi ha trattato con molta sufficienza“.
“Non sono uno che si ritirerà: devo morire e non succederà neanche quello, non per ora. Il cervello non mi permetterebbe il ritiro. Aspetto ancora qualcosa dal calcio: devo prendere e dare. Anche se il calcio mi ha devastato”.
Sabatini potrebbe scrivere un’enciclopedia di momenti assurdi con i suoi calciatori: “Ho preso una persona per recuperarne un paio alle 3 del mattino in giro per Roma: il mattino dopo, a Trigoria, lui doveva intercettarli, portarli in uno spogliatoio a parte, fargli fare una doccia e bere un caffè. Capitava sempre con Maicon e Nainggolan, forse il centrocampista più forte che ho avuto, però testa di c. notevole: aveva l’obbligo di chiamarmi all’una di notte, ma mi prendeva in giro alla grande. Le donne hanno un’attrazione fatale per la loro ricchezza e il loro fascino. E loro non si tirano indietro. Chi non ha il senso della misura, sbrocca. Ci sono donne meravigliose in giro ed è uno dei motivi per cui odio essere invecchiato: c’è troppa bellezza, è un dono per tutti”.
La rottura con Zeman: “So che è stato male e gli mando un abbraccio. Però non c’è tanto da chiarire. È stata una delusione capire che avevo ragione: i suoi famosi silenzi sono dovuti al fatto che non ha molto da dire. Gli facevo domande sui carrarmati a Praga nel 1968 per capire lo stato d’animo di un Paese: zero”.




Aggiungi Dire.it alle tue fonti preferite su Google

