Torna la guerra alle parole straniere. Con Rampelli il sovranismo è linguistico

Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli si adopera per favorire il rispetto della lingua italiana, almeno a Montecitorio
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ROMA – “Siamo nel parlamento italiano e non alla Camera dei Lord. Usiamo parole italiane“. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli si adopera per favorire il rispetto della lingua italiana, almeno a Montecitorio. Una presa di posizione che il presidente di turno ha manifestato questa mattina nel corso della seduta dedicata alle interrogazioni.

Nel prendere la parola Rampelli ha letto il documento che gli hanno preparato i funzionari d’aula. Si parla di “performance” pensionistiche. Una sola parola, ma tanto basta per irritare Rampelli: “Visto che siamo nella Camera italiana e non in quella dei Lords, ne approfitto per correggere la parole performance in prestazioni. Siamo in Italia”, dice Rampelli che cancella la parola incriminata con un tratto di penna. La vicenda innesca anche una discussione tra gli staff.

“Non voglio più parole straniere nei documenti della presidenza”

I consiglieri d’aula fanno presente che è l’Inps a usare quel termine tecnico e che loro non possono far altro che ripeterli. Dall’ufficio di Rampelli replicano invitandoli a italianizzare il più possibile. “Non voglio più parole straniere nei documenti della presidenza”, è il senso del messaggio trasmesso dal vicepresidente, deputato di Fratelli d’Italia.

La ‘lotta’ alle parole ostrogote ha una lunga storia

In tempi di sovranismo imperante, torna d’attualità anche la battaglia contro le parole straniere, tratto distintivo della politica culturale della destra. L’italianizzazione “delle parole ostrogote“, in gran voga negli anni ’30 ma risalente almeno nelle terre di confine a tutto il periodo post-unitario, si servì di molti strumenti: dalla campagna pubblicistica contro il ‘lei’, all’italianizzazione della toponomastica e dei nomi propri, alla chiusura di scuole bilingui.

Fu così che ‘mescita’ sostituì ‘bar’, l”acquavite’ prese il posto del ‘whisky’. Alcune italianizzazioni furono un indubbio successo: cosi’ ‘calcio’ al posto di ‘football’. Altre non attecchirono mai e si spensero dopo il fascismo: rugby, tradotto in ‘giuoco della volata’, torno’ presto ‘rugby’.

Nel dopoguerra non mancarono ironie in film che rievocavano quegli anni ‘ruggenti’. Proprio nella pellicola di Luigi Zampa (Anni ruggenti, 1962), la scena in cui Nino Manfredi assiste al dialogo tra la suora infermiera e il professor-medico, è un piccolo monumento all’italianizzione forzata.

Ecco il dialogo, in una corsia d’ospedale: Suora: “Scusate, professore, il numero 7 tiene un forte mal di capo, posso dargli un cachet?” Dottore: “Cos’è questo cachet?” Manfredi: “Ehm, sono quei dischetti bianchi a forma de cappelletto. Ha visto mai per strada quello che fa la reclame?” Dottore: “Già, ma si chiama cialdino!” Manfredi: “È giusto…” Dottore: “Dategli un italianissimo cialdino!” Suora: “Vabbè”. Manfredi: “Je farà bene lo stesso?” Dottore: “Certo!” Manfredi: “E diamogli il cialdino!”

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