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VIDEO | Cacciari: “Il distanziamento sociale? È la deriva paternalistica della democrazia”

MODENA – “Ci sono slogan inquietanti e un messaggio di cui non capisco bene la natura. Quando una distanza di sicurezza la chiami distanza sociale si tratta di lapsus che non si correggono e lasciano intendere che in fondo l’isolamento dell’individuo sia per sorvegliarlo meglio, per renderlo piu’ obbediente e che cio’ venga, magari involontariamente, perseguito. Magari si tratta di una forma mentis, non necessariamente di un progetto che, facendo leva su queste occasioni, rafforza una visione paternalistica della democrazia, non dico autoritaria”. E’ il filosofo Massimo Cacciari, da quest’anno anche membro del Comitato scientifico del FestivalFilosofia, a rispondere a margine della sua conferenza stampa, sull’impatto della pandemia rispetto alla colpevolizzazione dell’individuo: se sia stata utilizzata per deresponsabilizzare lo Stato. 

“Un governo che dice di ‘stare attenti alla nostra salute‘ eccessivamente, i continui slogan, alcuni illogici e irrazionali, come i percorsi nelle stazioni…- ha aggiunto Cacciari rispondendo all’agenzia Dire- Ecco, non si comprende se tutto questo faccia parte di una deriva culturale verso una democrazia paternalistica o autoritaria o se siano lapsus di governanti che hanno paura”. Proprio per questo il filosofo ha voluto mettere l’accento sul valore simbolico del Festival che si sta tenendo in presenza, secondo le regole indicate in questa fase dell’emergenza: “Altro che distanza sociale, bisogna stare insieme“.

COSTITUZIONE VA FONDATA SU LIBERA ATTIVITÀ, QUALE LAVORO?

“La nostra Costituzione dice che la Repubblica e’ fondata sul lavoro. Ma quale lavoro?”. E’ una domanda tagliente, traumatica quella con cui Massimo Cacciari anticipa in conferenza stampa ai giornalisti la sua lezione di oggi pomeriggio a Sassuolo su ‘Il lavoro dello spirito‘ che e’ anche il suo ultimo libro, uscito a primavera scorsa. E’ un esame disincantato della realta’ quello che il filosofo ha fornito: “La disoccupazione, la fine – almeno in questa parte del mondo – dell’occupazione keynesiana o porta a scelte di assistenzialismo con i vari redditi di cittadinanza, a questa continua rincorsa che vediamo di un processo che e’ invece inesorabile oppure a progettare con consapevolezza il nuovo corso”. E’ in questa impugnazione del nuovo la strada della liberazione, secondo il filosofo, che riprende Max Weber con il suo concetto di “lavoro come vocazione” – che nulla ha a che vedere con il ‘labor’ latino come fatica e pena che e’ appunto quello che sta scomparendo. E’ nel “lavoro dello spirito” che sta la chiave di volta per la “liberazione dal processo produttivo” e la possibilita’ di un progetto nuovo. Di cosa parliamo? Di “un’alleanza che oggi non c’e’ tra politico e scienziato, tra potere e scienza”. Dove “scienza e’ il sapere assoluto” come inteso nel sistema hegeliano, dove i “filosofi non sono piu’ amanti del sapere, ma scienziati”.

Oggi “il tema della scienza sta dentro il processo produttivo, dentro le macchine ed e’ la politica consapevole che deve trovare questa liberazione” e riscattarla. Romanticismo, utopia? “Un trauma ci sara’”, ha ammesso in conclusione il filosofo, ma di fronte alla disoccupazione sempre crescente determinata da un certo processo produttivo, e’ tempo di passare a un nuovo modello che sia fondato “sulla libera attivita’ di ciascuno. La scienza come sapere – quindi l’alleanza tra politica e scienza – deve produrre questa liberazione dal labor alla libera attivita’” studiando questo passaggio, le modalita’ finanziarie per realizzarlo, “ma serve il politico, o per fare cio’ che si fa oggi bastano un po’ di ragionieri e qualche burocrate”. Questo e’ il corso per Massimo Cacciari, di fronte alla perdita del lavoro determinato da trasformazioni tecnologiche che vanno pensate e non subite soltanto, altrimenti avremo solo “piu’ redditi di cittadinanza, piu’ elemosine e piu’ casse integrazioni”. Finche’ ci saranno i soldi.

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19 Settembre 2020
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