Kirina, musica e danze alla scoperta dell’Africa

Lo spettacolo in scena al Teatro Argentina da questa sera fino al 22 settembre
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ROMA – Raccontare attraverso la danza, le luci e la musica una storia dell’Africa del XIII secolo, per spingere le persone a guardare lo “straniero” con occhi nuovi. Perche’ “troppo spesso abbiamo l’impressione che in Europa non venga accolto cio’ che arriva dall’esterno”: a parlare con l’agenzia ‘Dire’ e’ Serge-Aime Coulibaly, coreografo burkinabe’ di ‘Kirina’, spettacolo in scena al Teatro Argentina da questa sera fino al 22 settembre nell’ambito della 36esima edizione del Romaeuropa Festival 2018 (Ref18). Realizzato in collaborazione con la cantante maliana, icona della musica mondiale, Rokia Traore’ e lo studioso e scrittore Felwine Sarr – per l’occasione nelle vesti di librettista -, ‘Kirina’ e’ animata da nove danzatori, un attore, quattro musicisti, due cantanti e 40 figuranti. Il titolo richiama la citta’ dell’odierna Guinea, dove nel XIII secolo si svolse l’ultima battaglia da cui nacque l’Impero mandingo. “Ho scelto questo nome perche’ tra quei Paesi chiunque conosce la storia della battaglia di Kirina” ha detto ancora il coreografo in conferenza stampa. “Terminata la guerra, i capi delle tribu’ hanno adottato una carta nella quale si riconoscevano diritti fondamentali tra cui quello alla vita, alla solidarieta’ tra i popoli e al dovere di aiutarsi e proteggersi l’un l’altro. Cio’ ha permesso ai mandingo di vivere in pace per secoli. È un documento che ha anticipato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Secondo Serge-Aime Coulibaly, “oggi si parla di Africa solo in termini di guerre, poverta’, migrazioni, ma questo continente e’ molto di piu’. Non e’ la periferia d’Europa. Colonozzazione e oppressione hanno reso la storia africana un capitolo di ‘serie B’. Ma in Burkina Faso, a scuola, studiamo l’Impero romano, perche’ lo consideriamo parte del nostro passato. Perche’ voi invece lo ignorate?”.

‘Kirina’ si compone di una serie di “quadri”: ciascuno offre un racconto diverso. In questo modo i danzatori portano sul palcoscenico elementi della mitologia africana – come la violenza, l’accoglienza dell’altro, la forza d’animo – accanto a fatti realmente accaduti. “Si parte dalla migrazione umana, non solo di africani” spiega il coreografo, ricordando che lo spostamento di popoli e’ un fenomeno che ha sempre accompagnato l’esistenza umana. “Vicende reali, che ne toccano tante altre attuali, e che ci permettono di guardare l’altro in modo diverso”, dice Coulibaly. Convinto che la gente debba venire a vedere il suo spettacolo. Sara’ molto bello” assicura. “le capacita’ di questi ballerini sono incredibili. E poi mette in scena immagini molto forti. Il senso delle creazioni contemporanee e’ questo: toccare tanti temi e spingere le persone a guardare le cose con occhi nuovi”.

Il concetto dei mondi che si incontrano non a caso rappresenta il titolo di questa edizione di Romaeuropa Festival, ‘Between Worlds’: “L’arte non e’ disgiunta dalla totalita’ delle forme espressive – danza, teatro, musica, poesia… – cosi’ come le tante provenienze straniere degli artisti – 24 in totale – contribuiscono a mettere insieme mondi diversi dell’estetica”, dice Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa. E i ‘mondi’ non finiscono qui: “Si incroceranno anche generazioni diverse – dal ‘decano’ Peter Brook, ai danzatori poco piu’ che ventenni – nonche’ le tante istituzioni che collaborano col Festival”. Oltre al sostegno del ministero dei Beni e delle attivita’ culturali e del turismo, della Regione Lazio e dell’Assessorato alla Crescita culturale di Roma capitale, collaborano al Festival varie istituzioni della capitale e centri culturali. Il Romaeuropa Festival conta 27 location, 68 progetti con 168 repliche oltre a mostre, istallazioni, convegni. Cinquantacinquemila i biglietti in vendita, oltre 60 le compagnie e 311 gli artisti coinvolti.

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