VIDEO | Mali, Diarra (Obes): “Anche gli errori francesi dietro le stragi”

Direttore Ong: "Raid islamisti per creare tensioni tra comunità"
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ROMA – Errori e inadeguatezze dell’intervento internazionale in Mali, in particolare francese, sono all’origine di violenze che stanno contrapponendo comunità storicamente legate le une con le altre: parola di Abdoulaye Diarra, direttore dell’ong locale Organisation pour le Bien Etre Solidaire (Obes) intervistato dalla ‘Dire’. La sua tesi, fondata su una conoscenza del territorio rafforzata negli anni anche dalla partecipazione a progetti finanziati dalla Cooperazione italiana, è che le stragi nei villaggi a maggioranza dogon e peul cominciate a novembre siano il frutto velenoso del conflitto tra il gruppo islamista Fronte di liberazione Macina e le forze della missione francese Barkhane, di stanza a Bamako e a Sevaré.

“Il leader del Fronte, il predicatore Amadou Koufa, era stato dato per morto da Parigi” ricostruisce Diarra. “La notizia però era falsa e pochi giorni dopo Koufa ha rivolto un appello ai ‘fratelli’ peul affinché arrivassero nell’area di Mopti da tutta l’Africa per combattere gli infedeli”.

In questa regione, nell’arco di pochi mesi, nei villaggi di Koulogon, Ogossagou, Sobane, Gangafani, Yoro e Sobane Da, sono state uccise più di 250 persone.

“Nelle incursioni non sono stati risparmiati né padri, né madri, né bambini” dice Diarra. “A Ogossagou, dove ufficialmente i morti sono stati 163, è stato anche appiccato il fuoco alle scorte di viveri messe da parte per la stagione secca”. 

Sulla stampa internazionale in qualche caso è stata accreditata la tesi di un conflitto tra dogon, agricoltori e cacciatori, perlopiù animisti, e peul, anche noti come fulani, in maggioranza pastori e musulmani. Secondo il direttore di Obes, però, nell’area di Mopti e nel Mali centrale in genere le due comunità hanno vissuto storicamente le une accanto alle altre. “Nella falesia di Bandiagara l’80 per cento della popolazione, che è perlopiù dogon, parla la lingua dei peul” spiega Diarra. “A Koro, un altro centro dogon, la percentuale sale al 90 o al 95 per cento”. 

Secondo il direttore di Obes, testimonianze concordanti indicano che in alcuni casi le stragi nei villaggi peul siano state compiute da uomini che gridavano “Allah akbar”, “Dio è grande”, parole difficilmente ricondicibili alle milizie “di autodifesa” dogon finite sotto accusa. “Koufa è originario di quelle zone e lì sono concentrati i suoi uomini” dice Diarra. “Da mesi, non avendo avuto le risposte che si aspettava dal suo appello per il jihad, sta cercando di innescare rappresaglie per trarne vantaggio in termini di polarizzazione e reclutamento”. 

Il contesto, dopo la fiammata del conflitto civile del 2012-2013, con l’avanzata dei ribelli tuareg e islamisti nelle province settentrionali di Gao, Kidal e Timbuctù e la successiva controffensiva partita con i bombardamenti dei Mirage francesi, è una regione messa alla prova da siccità e carestie. A inizio mese, nell’area di Mopti, il governo centrale ha avviato la distribuzione di 8mila tonnellate di granturco legando il problema delle violenze a quello dell’insicurezza alimentare. Sul piano militare, la partita resta complessa. Dopo i bombardamenti del 2013, in Mali i francesi hanno mantenuto circa 2.700 uomini. La missione di pace delle Nazioni Unite, la Minusma, in cinque anni ha invece perso in agguati e scontri a fuoco quasi 200 soldati: un primato mondiale. A complicare il quadro l’alleanza annunciata da Koufa con il capo ribelle tuareg Iyad Ag Ghaly, alla guida della coalizione Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen. “Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti” dice Diarra: “Nell’area di Mopti gli sfollati sono già 50mila”.

 

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19 Luglio 2019
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