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VIDEO | Hamdi Shaqqoura (Centro diritti Gaza): “Strategia finale è cacciare i palestinesi”

Secondo l'esperto, Israele seguirebbe una strategia che va dall'affamare i civili a creare buio informativo

Pubblicato:19-06-2024 14:20
Ultimo aggiornamento:19-06-2024 16:04

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ROMA – “Dal primo giorno in cui è iniziata l’offensiva israeliana contro Gaza ci è stato subito chiaro che non si trattava di una guerra, ma di una pulizia etnica e di azioni genocidarie volte a spingere la popolazione a lasciare la Striscia, e da allora continuiamo a confermare schemi d’azione che si ripetono“. Così all’agenzia Dire Hamdi Shaqqoura, direttore del Palestinian Centre for Human Rights (Pchr) di Gaza City. Il difensore dei diritti ha lasciato la Striscia alla volta dell’Europa pochi giorni dopo il 7 ottobre, quando l’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva su larga scala in risposta agli assalti dei commando di Hamas in cui hanno perso al vita circa 1.200 israeliani in villaggi e kibbutz del sud.
Da allora, oltre 37mila palestinesi sono stati uccisi attraverso quella che Shaqqoura definisce “una strategia deliberata” che si fonda sulla “fame come arma di guerra e il bavaglio ai media internazionali”.
Tale strategia si basa sulle seguenti azioni, secondo Shaqqoura, intervistato a Roma, a margine del festival Mondo in periferia: “Primo, raid su larga scala contro aree residenziali, attraverso 15-20 attacchi consecutivi con bombe di centinaia di chili. Israele sostiene di avvertire sempre le persone di allontanarsi prima che avvengano gli attacchi. Le autorità dividono il territorio in ‘zone sicure’ e ‘zone non sicure’, e le cartine aggiornate vengono pubblicate online. Il problema però, è che Israele ha anche tagliato le forniture di energia elettrica e le telecomunicazioni, perciò spesso le persone non hanno modo di accedere ad internet per verificare in che modo le mappe sono state aggiornate“. Il risultato, denuncia il direttore, è che “la gente non sa dove deve andare. Abbiamo documentato centinaia di casi di civili che hanno subito attacchi in presunte aree sicure, anche in campi profughi dove le famiglie vivono nelle tende”.

LA NOTTE SCORSA ATTACCATO IL CAMPO PROFUGHI DI AL-MAWASI, 7 MORTI

L’esempio citato da Shaqqoura richiama l’attacco della notte scorsa sul campo profughi di Al-Mawasi, a ovest di Rafah, dove sarebbero morte almeno sette persone. L’emittente Al-Jazeera evidenzia che il campo rientra in una delle cosiddette “safe zone”, ossia le zone sicure per i civili indicate dalle autorità militari israeliane. Stando ancora all’emittente araba, che ha corrispondenti sul terreno, il campo profughi ha subito sia un attacco di artiglieria di terra che un raid aereo, generando vari incendi tra le tende in cui dormivano famiglie di civili fuggiti da ogni parte della Striscia di Gaza. iL 26 maggio, un raid su un altro campo profughi di Rafah, quello di Tal Al-Sultan, ne aveva causate 46. Come avvertono da tempo gli organismi umanitari, Rafah è diventata punto di raccolta per sfollati da tutta la Striscia. Dal 6 maggio, l’esercito israeliano ha avviato un’ulteriore offensiva anche su Rafah, inviando anche mezzi pesanti e truppe sul terreno nonostante i ripetuti appelli internazionali alla de-escalation e la risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU del 10 giugno che chiede il cessate il fuoco ad entrambe le parti. Sono di ieri le immagini dei roghi del checkpoint che collegava la città all’Egitto, ultimo punto di passaggio per le persone e gli aiuti umanitari verso il Paese arabo.

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LA DISTRUZIONE DEL SISTEMA EDUCATIVO E SANITARIO, ALLE INFRASTRUTTURE E ALLA PRODUZIONE DI CIBO

La seconda strategia che verrebbe seguita dalle forze di Israele secondo il direttore del Centro per i diritti umani, consiste in “attacchi sistematici al sistema sanitario: ospedali e centri medici vengono assaltati dalle forze israeliane, che li giustificano con la presenza di depositi di armi o di combattenti di Hamas, accuse che non sono mai state provate”. Terzo, denuncia Shaqqoura, “la distruzione delle infrastrutture energetiche, da cui dipendono ad esempio gli ospedali o gli impianti idrici”, laddove l’acqua è a sua volta necessaria per la sopravvivenza dei civili e il corretto funzionamento degli ospedali. “Si innesca un circolo vizioso” sottolinea il direttore. Quarto, sempre secondo Shaqqoura, “la distruzione del sistema scolastico“: dall’inizio dell’offensiva israeliana sono state colpite scuole che servono anche a ospitare migliaia di sfollati. Shaqqoura cita anche “la distruzione delle sei università di Gaza, da cui uscivano in media 25mila laureati all’anno. Oggi non esiste più nulla”. Quinto, è ancora il direttore a parlare, “la distruzione di qualsiasi sito o impianto per la produzione di cibo, dalle coltivazioni agli allevamenti”, un problema che si aggiunge alla chiusura dei valichi di frontiera da cui dovrebbero entrare aiuti umanitari. “Israele usa la fame come arma di guerra” dice Shaqqoura, che denuncia poi “il taglio alle telecomunicazioni e il divieto di ingresso ai giornalisti internazionali: è una strategia di buio sui crimini e disinformazione. Ecco perché dal 7 ottobre raccogliamo dati e testimonianze”. Il direttore lancia un appello alla comunità internazionale: “Sostenete il lavoro dei tribunali. La popolazione subisce da 75 anni apartheid e punizione collettiva. L’impunità di cui gode Israele deve finire“.


Dopo l’aggressione del 7 ottobre, Israele ha rivendicato il diritto all’autodifesa e il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato ogni sforzo per sradicare da Gaza la presenza di Hamas, e per riportare a casa i cittadini presi in ostaggio dai combattenti, una linea sostenuta dai suoi alleati, a partire da Stati Uniti, Regno Unito e Italia.

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