(photocredit Isaac Buay, Msf)
ROMA – In Sud Sudan si è riacceso il conflitto interno, nonostante gli accordi di pace del 2018. A scontrarsi, gli stessi attori da decenni, con le stesse conseguenze per i civili: attacchi indiscriminati contro villaggi e strutture idriche e sanitarie, violenze fisiche e sessuali, arruolamento forzato, saccheggi e limitazioni alla distribuzione di aiuti salvavita, centinaia di migliaia di persone costrette a scappare lasciando dietro di sé tutto, spesso anche parenti o amici feriti o malati: “Ho saputo di almeno tre persone che sono morte di sete” denuncia Abdalla Hussein, responsabile dei programmi di Medici senza frontiere (Msf) in Sud Sudan, che stamani in video collegamento da Nairobi ha presentato il report ‘Li hanno uccisi mentre fuggivamo‘ per accendere i riflettori sulla crisi: dal 2024, l’ong ha registrato un aumento del 77% del trattamento delle ferite da arma da fuoco.
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Dallo scorso anno, quando sono ripresi combattimenti tra la fazione armata fedele al presidente Salva Kiir – il Sudan People’s Liberation Movement/Army (Splm/A) – e quella che risponde al vicepresidente Riek Machar, il Splm/A-In Opposition, Hussein riferisce che ospedali e strutture mediche sono diventate un bersaglio: “Immaginate un ospedale che ha perso ogni sembianza della struttura sanitaria, le scorte mediche completamente saccheggiate, le strutture distrutte, e al tempo stesso sta arrivando un enorme afflusso di sfollati che hanno dovuto fare viaggi lunghi senza cibo né acqua. So di almeno tre persone morte di sete, che i familiari hanno dovuto lasciare indietro”.
Le violenze stanno riguardando in particolare la provincia centrale di Jonglei. Secondo le Nazioni Unite, “qui ben 33 ospedali sono stati saccheggiati e distrutti” avverte Zakariya Mwatia, ex responsabile delle operazioni di Msf, che avverte: “dall’inizio del 2025 Msf è stata costretta ad evacuare il proprio staff e sospendere le proprie attività in sei strutture. Abbiamo documentato inoltre 20 attacchi diretti contro le nostre équipe e centri medici, compresi bombardamenti aerei, colpi d’arma da fuoco, saccheggi, distruzioni e sequestro del personale medico”.
L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima che gli sfollati interni in Sud Sudan siano quasi due milioni e mezzo, tra cui anche decine di migliaia in fuga dal vicino Sudan colpito dalla guerra civile dal 2023. Mwatia prosegue avvertendo che le violenze, sommate agli attacchi alle strutture sanitarie, “riduce significativamente l’accesso alle cure per la popolazione, in un Paese che già prima presentava un numero ridotto di ospedali e un sistema sanitario fragile”.
Helen Richards, esperta per gli affari umanitari dell’organizzazione, riferisce delle minacce dirette che i civili subiscono: “Un uomo ci ha raccontato che un giorno i soldati sono entrati in casa sua, cercavano delle persone, e hanno ucciso a sangue freddo sua madre, suo fratello e uno zio“. Giovani e donne sono esposte anche a violenza sessuale sistematica “e vivono nella paura, ovunque, una ragazza- continua Richards- ha raccontato che, mentre era uscita per cercare cibo per la famiglia, è stata catturata e violentata da cinque uomini. Ha raggiunto la nostra struttura solo quattro giorni dopo”. In aumento anche gli aborti o i parti prematuri, e i casi di malnutrizione tra i bambini. Tutto questo, denuncia ancora la referente di Msf, “sta ricevendo molta poca attenzione. Per questo lanciamo un appello alle parti a porre fine alle violenze, proteggendo i civili e le strutture civili, e alla comunità internazionale a intervenire”.
Riprende Mwatia: “Si osservano tagli agli aiuti umanitari al Sud Sudan, ma questo è un momento troppo pericoloso per ridurre le donazioni, con conseguenze irreversibili per i civili che già faticano a sopravvivere. Msf sta facendo il possibile per manetere i propri servizi. Rivolgiamo un appello all’Onu e agli attori umanitari- conclude- ad aumentare gli aiuti e adattare la risposta alla realtà del conflitto: ci sono anche comunità non facili da raggiungere, soprattutto nelle aree al di fuori del controllo del governo”.




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