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In Kenya rastafariani in tribunale per la cannabis: “È una religione”

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Nel Paese africano l'uso di cannabis è vietato, anche se per motivi medici. La comunità dei rastafariani insorge
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ROMA – L’organizzazione che rappresenta la comunità dei rastafariani in Kenya ha fatto ricorso alla Corte suprema per chiedere la depenalizzazione del consumo della cannabis in quanto “incostituzionale” e ostile a quella che loro considerano una pratica religiosa.

Stando a una sentenza del più alto tribunale del Kenya del 2019, il rastafarianesimo, movimento nato nel 1930 su ispirazione delle idee panafricaniste del politico, sindacalista e scrittore giamaicano Marcus Garvey, è da ritenersi una religione valida come qualsiasi altra.

Ras Lojironi, presidente della Rastafari Society of Kenya, questo il nome dell’organizzazione che ha presentato la denuncia, sostiene che le forze di sicurezza minacciano, arrestano e denunciano persone che professano il rastafarianesimo sulla base della legge che criminalizza l’utilizzo della marijuana, nonostante questa abbia il solo scopo di connetterli con l'”Onnipotente creatore”.

“Il provvedimento che impugniamo è stato emanato nel 1994 – si legge in comunicato che la società ha diffuso tramite uno dei suoi legali, Shadrack Wambui – ma ora siamo in un contesto costituzionale nuovo che segue la promulgazione della carta fondamentale del 2010, che è progressista e accogliente nei confronti delle diversità”. L’ordinamento keniano punisce con una pena fino a otto anni di carcere la produzione, il possesso o la vendita di cannabis, il cui utilizzo è ritenuto illegale anche per uso medico.

Non esistono stime esatte sulla popolazione rastafariana residente in Kenya. Il movimento è però descritto come in rapida crescita soprattutto fra i giovani. Stando a un articolo dell’agenzia di stampa Religions News Service (Rns), solo nel 2018 e solo nello slum della capitale di Nairobi di Kibera circa mille giovani si sono convertiti dal cristianesimo.

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