La protesta dei giudici di pace: “Più tutele per i precari della giustizia”

Olga Rossella Barone, presidente del Coordinamento MagistraturaGiustiziaDiPace, in una intervista alla Dire esprime il proprio disappunto e quello di parte della categoria nei confronti dell'azione dell'esecutivo gialloverde.
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https://www.youtube.com/watch?v=PdODhA68OJw&feature=youtu.be

NAPOLI – “Noi abbiamo creduto e dato fiducia a questo governo che ci ha addirittura inserito, al punto 12, nel suo contratto”. Olga Rossella Barone, presidente del Coordinamento MagistraturaGiustiziaDiPace, in una intervista alla Dire esprime il proprio disappunto e quello di parte della categoria nei confronti dell’azione dell’esecutivo gialloverde.

Sono 1250 circa i giudici di pace sull’intero territorio nazionale che stanno subendo gli effetti della riforma 2016 targata Orlando e che a suon di scioperi cercano risposte, che tardano ad arrivare, dall’attuale governo.

“Bisogna riconoscere – si legge nel contratto sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini – il ruolo dei magistrati onorari tramite una completa modifica della recente ‘riforma Orlando’, affrontando anche le questioni attinenti al trattamento ad essi spettante ed alle coperture previdenziali ed assistenziali”. Eppure non molto sembra essere cambiato.

“La riforma Orlando ha portato – spiega Barone – effetti devastanti nel settore privando i cittadini di uno strumento che rende il processo snello e veloce. Il 18 luglio, poi, si è aperto un incontro con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e da lì è nato un tavolo tecnico. Noi chiedevamo l’abrogazione della riforma Orlando, un obbrobrio giuridico, e confidavamo che questo ‘governo del cambiamento’ portasse una totale modifica. Così non è stato: dal tavolo tecnico subito si è stabilito che la riforma non poteva essere abrogata, ma che si potevano apportare dei miglioramenti”.

Lo scorso 7 marzo, dopo lo sciopero di gennaio, un’altra puntata con la riunione del tavolo in cui “il ministro Bonafede ha precisato che qualunque soluzione andava inquadrata in uno strumento legislativo e quindi non dandoci una certezza rispetto ai tempi, mentre il sottosegretario Jacopo Morrone ha proposto delle ipotesi prive di contenuto e che precarizzano ulteriormente la categoria”.

Un contenzioso quello in atto che riguarda da vicino molte più persone dei diretti interessati perché, come spiega Barone, i giudici di pace “sono i giudici di prossimità, i giudici territoriali, che amministrano il 70% del contenzioso nazionale interessandosi sia di quelli che sono i diritti più immediati dei cittadini sia con una competenza, ad esempio, nell’ambito delle convalide di espulsione degli stranieri”.

E l’importanza e la centralità della loro funzione non è garantita da tutele lavorative adeguate in quanto si trovano ad operare all’interno di “un regime di cottimo privo di assistenza e di previdenza” contro il quale hanno “sempre protestato perché è giusto che l’autonomia del magistrato sia garantita non solo attraverso la permanenza nelle funzioni, ma anche da una retribuzione adeguata e fissa”.

Alla luce di questa situazione, i giudici di pace avevano indetto un altro sciopero, che sarebbe iniziato domani e sarebbe terminato il 3 aprile, “per protestare contro questa delusione dataci dal governo in cui abbiamo confidato”.

Lo sciopero era stato dichiarato legittimo dalla Commissione garanzia, ma “inspiegabilmente, dopo 8 giorni, ci è arrivato il veto da parte della Commissione che ci intimava di revocarlo.

Noi, nella responsabilità che ci caratterizza come magistrati, abbiamo ritenuto di doverlo revocare, ovviamente riservandoci quella che è l’interpretazione di queste norme che di fatto impediscono l’esercizio di un diritto sindacale”.

La linea per il futuro non cambia e la traccia Barone affermando “noi non ci fermiamo. Continuiamo nella nostra protesta e chiediamo insistentemente a Morrone, a Bonafede e a Salvini – che è venuto nell’ufficio del giudice di pace di Milano e ha pubblicamente denunciato questa situazione di completa precarietà di giudici di primo grado privi di garanzie – di assumersi la responsabilità di quello che hanno detto in campagna elettorale e di darci – conclude – quello che chiediamo da tempo: la permanenza nelle nostre funzioni e le garanzie che devono essere attribuite a qualsiasi lavoratore”.

di Elisa Manacorda

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