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Le guardiane dell’Amazzonia al presidente: “Stop trivelle”

Dopo cortei e sit-in, le native saranno ricevute da Lenin Moreno
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ROMA – “Siamo le guardiane della foresta“: si sono presentate così al governo dell’Ecuador le donne di un gruppo indigeno del bacino del Rio delle Amazzoni, chiedendo che le istituzioni tutelino di più sia questo territorio sia le comunità che lo abitano. Le donne, esponenti della Confeniae, la Confederazione dei popoli indigeni dell’Amazzonia in Ecuador, puntano il dito contro le aziende del settore minerario e petrolifero, accusandole non solo di distruggere con le loro attività il bacino dell’Amazzonia ma anche di aver forzato diversi gruppi a lasciare le proprie case per lasciar spazio alle trivelle e di aver anche commesso molestie e abusi sessuali ai danni delle giovani delle comunità.

Dopo una settimana di cortei e sit-in davanti alla sede del palazzo presidenziale, venerdì scorso sono state ricevute dal portavoce del presidente Lenin Moreno, Sebastian Roldan. Ora, entro giovedì, si preparano a consegnare direttamente al capo di Stato una lista ancora più dettagliata di richieste per rispondere ai bisogni reali delle comunità e un loro maggior coinvolgimento nelle scelte riguardanti la gestione del bacino.

Al governo si domanda inoltre di accelerare le indagini riguardo ai numerosi casi di minacce, violenze o uccisioni di leader indigeni. Stamani, come si legge sulla pagina Facebook dell’associazione, supporto alla Confeniae è giunto anche dal Coica, il Coordinamento delle organizzazioni indigene del bacino del Rio delle Amazzoni di cui fanno parte oltre all’Ecuador anche Brasile, Perù, Bolivia, Colombia, Venezuela, Guayana francese, Guyana e Suriname. La Confeniae ha condannato sin dall’inizio la decisione del governo di Quito di autorizzare le trivellazioni nelle foreste dell’Amazzonia, rivendicando il ruolo vitale che questa risorsa svolge per il benessere dell’ecosistema non solo locale ma mondiale.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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