sabato 14 Marzo 2026

Salvatore morì sul trattore a 25 anni, condannato in primo grado lo zio imprenditore

L'avvocato: "Ci siamo opposti alla richiesta di archiviazione". I familiari: "Su quella scarpata oggi c'è un mausoleo"

ROMA – C’è una tazzina di caffè, freddo, quello rimasto dal mattino che Salvatore sorseggia in fretta prima di tornare a lavoro. Non ha tempo per aspettare la nuova moca quel pomeriggio di calda primavera; scatta dal divano quando arriva la chiamata dell’ultimo momento nel suo ultimo giorno nell’azienda agricola dello zio, dove lavora, a Locri. Ha deciso che se ne andrà da lì e inizierà dal giorno dopo a fare il cameriere. È tutto pronto. Ci sono i filari di bergamotto nella contrada di Contrada Moschetta, gli agrumeti, i profumi di quel 24 maggio del 2019. Sua madre lavora per la stessa azienda a pochi metri di distanza, ed è lì, ignara, in quei minuti in cui Salvatore muore con la faccia e il corpo schiacciato dal trattore. Non sa nulla, chiusa nell’oleificio, sente solo tutti i telefoni squillare all’impazzata, e nel petto, come racconta alla Dire tornando a quei momenti, risente il dolore di un oscuro presagio. Ci sono gli scarponi di Salvatore, quelli rimasti sotto la barella e il lenzuolo che si è fatto sudario sul corpo di suo figlio in ospedale. Zuppi di sangue e fango. Le saranno restituiti in un bustone nero. Sono queste insieme a tante altre le immagini che ritornano nel racconto di Giuditta, la mamma di Salvatore, e di sua sorella Maria Luisa, zia del giovane, che insieme ai legali e ai periti hanno combattuto strenuamente per fare in modo che non finisse in un’archiviazione il caso, per poter fare luce sulla morte di Salvatore Caruso, di appena 25 anni. Occhi neri petrolio, capello castano in ordine e curatissimo, meticoloso pizzetto a nascondere una cicatrice antica, un’infanzia non semplice alle spalle, e un po’ padre di famiglia prima del tempo delle sue sorelle minori, Elena e Maria Grazia.

Il Tribunale di Locri, con una sentenza dello scorso luglio, ha condannato in primo grado a 4 anni lo zio di Salvatore, G.C., l’imprenditore di fatto, e sua moglie, A.F., che figura come rappresentante legale dell’azienda, per negligenza, imperizia e omessa vigilanza sull’attività lavorativa dei dipendenti. Entrambi sono ricorsi in appello e i loro legali, sentiti dalla Dire, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. Lo zio di Salvatore intanto si trova in carcere per una condanna a 8 anni e 9 mesi per percosse, lesioni e stalking ai danni della sorella Maria Luisa che inizio’ la dura battaglia per la verità sulla morte di Salvatore.

LA SENTENZA

Il Tribunale di Locri nella condanna per la morte del giovane scrive nero su bianco dell'”imprudenza, negligenza ed imperizia, omissione di controllo sull’attività dei dipendenti che utilizzavano il trattore agricolo (…) imponendo o comunque manifestando ripetutamente la necessità che il trattore venisse utilizzato senza barra di protezione anti schiacciamento (roll bar) per non danneggiare le piante presenti sul terreno (…) di conseguenza non operandosi in alcun modo perché invece tale barra venisse obbligatoriamente utilizzata; omettendo inoltre la delimitazione del terreno scosceso onde evitare la caduta a causa dei pendii presenti sul terreno di proprietà di chi conduceva il citato mezzo agricolo”. Tutto questo, è scritto ancora, “cagionava il decesso di Caruso Salvatore operaio in servizio quale ‘trattorista’ (…), quale nel condurre il trattore sopra indicato per la fresatura del terreno, si ribaltava in una delle zone scoscese con dislivello di 6,50 metri, ribaltandosi nella parte sottostante ed essendo privo anche della cintura di sicurezza veniva proiettato fuori dalla sede di guida, rimanendo di fatto schiacciato dal trattore che aveva le barre anti schiacciamento abbassate e dunque non utili per la funzione per cui sono previste; il Caruso subiva a causa di tale ribaltamento numerose lesioni al cranio ed allo sterno con conseguente arresto cardiocircolatorio e decesso constatato presso l’ospedale di Locri ove l’operario era stato condotto nel tentativo di soccorrerlo nella immediatezza del fatto”.

QUEL GIORNO …

Maria Luisa, la zia di Salvatore, non torna mai da Bologna, dove vive e lavora come avvocato, per il suo compleanno, che è il 25 maggio. Ma quell’anno lo fa: trova un biglietto a 9 euro e scende a Locri per stare con la famiglia. E solo per questa casualità si trova a casa in famiglia quando accade la tragedia. Salvatore è più di un nipote per lei, è come un figlio, sono cresciuti insieme, come racconta nel corso dell’intervista alla Dire, in un legame di vicinanza, di condivisione profonda della vita che per suo nipote, tra responsabilità precoci e preoccupazioni economiche, non è mai stata facile. “Nell’immediato non ci dicono nulla, arriva mia cognata (ndr, l’imputata) normalissima e mi dice ‘vieni che Salvatore ha avuto un incidente'”, ricorda Maria Luisa. “Il trattore 45 minuti dopo la morte era stato portato via dal luogo del sinistro, mentre sarebbe dovuto rimanere lì per i rilievi, non è mai stato visionato, io mi sono battuta per riaprire le indagini grazie agli avvocati Emanuele Procopio e Pierluigi Leo, mio collega di studio ed unica persona ad aver creduto, sin da subito, ai miei dubbi e ai miei racconti di una realtà talmente assurda da superare ogni più fervida fantasia, io da sola non ce l’avrei fatta. Sono stati sempre al nostro fianco andando ben oltre il dovere professionale con la loro profonda umanità”. Perchè infatti dopo la morte di Salvatore la tesi che sembra acclarata un po’ per tutti è quella dell’incidente, una tragica fatalità, lo zio in ospedale davanti a testimoni sa solo dire ‘come lo dico a mia sorella’ e Salvatore passa per il ragazzo imprudente che fa la manovra azzardata. Ad agosto, ricorda Maria Luisa, si tiene un incontro di famiglia ed è da quel momento però che lei e sua sorella capiscono che qualcosa della tesi del tragico incidente non torna. “Nell’immediatezza della tragedia non ha versato una lacrima, lui e la moglie sono spariti e riapparsi, lei piangeva e quasi dovevamo consolarla noi perché continuava a ripetere, anche davanti la salma del nipote, ‘mi arrestano, mi arrestano’. Per recuperare 2 metri di terra, mio fratello aveva piantato gli ultimi 2 bergamotti vicino al ciglio del burrone, nel girare Salvatore avrà cercato di ingranare la marcia ma a causa del peso del trattore è scivolato nel dirupo, è sbalzato all’indietro, con la faccia sulla fresa, cadendo tra i rovi, crocefisso dalle spine come un Cristo”, ricostruisce la zia. E la perizia andrà proprio in questa direzione.

I FATTI, IL ROLLBAR ABBASSATO E IL MISTERO DEL PATENTINO

“‘Era spericolato, si sarebbe ammazzato lì o altrove, andava veloce’- le parole dello zio di Salvatore, suo fratello, che Maria Luisa ricorda – ma il professor Domenico Pessina, uno dei pochi e massimi esperti chiamato come perito di parte dai familiari del giovane, con le sue operazioni peritali ha rivoltato il processo per far comprendere al giudice la dinamica”. Cruciale la testimonianza tra gli altri di un collega di Salvatore: A.S. “Quando io intervengo nel caso- spiega alla Dire l’avvocato Emanuele Procopio, legale della mamma di Salvatore, Giuditta e della sorellina Maria Grazia (la sorella Elena è difesa dall’avvocato Pierlugi Leo) – scopro che il papà di Salvatore, per il tramite del proprio avvocato Giuseppe Monteleone, aveva fatto denuncia quasi subito e c’era già stata la richiesta di archiviazione. In Tribunale dicevano: ‘Avvocato in questo fascicolo non c’è nulla!’. Abbiamo fatto opposizione a settembre 2020, e dopo un anno c’è stata l’udienza dinanzi al gip, e il nuovo giudice ha disposto ulteriori approfondimenti investigativi, dopo che le precedenti indagini sono state considerate lacunose. Sul trattore non era stata svolta alcuna attività– incalza l’avvocato Procopio- appena 4 foto al ragazzo morto e 4 sul luogo. Nemmeno l’autopsia. Per loro era un semplice incidente e non avevano neanche ricostruito la dinamica dell’evento. E’ difficile trovare esperti in questo particolare campo, ma noi abbiamo trovato il professor Domenico Pessina come c.t.p., che quando ha visto i luoghi ha parlato di una “morte annunciata”.

Il professore ha accertato le violazioni delle norme sulla sicurezza e la dinamica dei fatti, ed ha totalmente escluso che Salvatore abbia fatto una manovra azzardata. Nello specifico, ha precisato, che il rollbar deve essere alzato per proteggere chi è sul trattore in caso di ribaltamento e invece non veniva mai utilizzato dagli operai perché le disposizioni erano di tenerlo abbassato perchè toccava rami, alberi e quindi poteva spezzarli. Ma dalle testimonianze risulterà anche che non venivano fornite le scarpe adatte, né le mascherine per fitofarmaci, ed i lavoratori non avevano partecipato ai corsi obbligatori sulla sicurezza”. Altra storia strana quella del patentino. “Risulta- continua l’avvocato Procopio- che il patentino di Salvatore fosse stato conseguito 4 giorni prima della morte. A noi e al giudice è sembrato molto strano, la mamma è convinta che non lo abbia mai fatto perché Salvatore una cosa così l’avrebbe raccontata. Non siamo riusciti a dimostrare che il patentino fosse falso, ma l’ingegnere in aula non ricordava di aver messo quelle firme. D’altro canto se pure fosse vero che Salvatore avesse conseguito il patentino da soli 4 giorni, allora lo avrebbero fatto lavorare prima senza averlo”.

Per come è emerso nel corso del processo lo zio di Salvatore, imprenditore di fatto e la moglie, imprenditrice di diritto, trattavano male i dipendenti e per come scritto in sentenza dal giudice, Andrea Bonato, del Tribunale di Locri “risulta dunque pienamente dimostrata la sistematica e pressoché totale violazione da parte degli imputati della normativa antinfortunistica, a cominciare dall’omissione di tutte le valutazioni dei rischi da infortunio e la conseguente mancata adozione della maggior parte dei presidi a tutela dell’incolumità dei lavoratori. Il solo adempimento burocratico in proposito espletato era la visita medica di accertamento dell’idoneità fisica alla mansione, ma per il resto essi venivano adibiti all’attività lavorativa in totale assenza di formazione sui rischi della mansione, senza essere dotati di tutti i presidi antinfortunistici obbligatori per legge (…) i luoghi di lavoro, soprattutto quelli che costituivano l’oggetto sociale dell’impresa (quali gli appezzamenti di terreno da coltivare ad ulivi e bergamotti, non erano stati sottoposti alla doverosa valutazione dei rischi e, di conseguenza, erano del tutto sprovvisti delle misure necessarie ad adeguatamente segnalare le zone di pericolo o ad inibirne o a bonificarle in maniera tale da ridurre al minimo il rischio di pericolo del dipendente’. La perizia, ricorda ancora l’avvocato Procopio, dimostra che “il raggio di manovra (in quella zona in cui Salvatore ha perso la vita) era limitato, ciò portava ad andare con la fresa nel vuoto con conseguente trascinamento del trattore in fondo al dirupo; sarebbe bastato delimitare il terreno o togliere 2 file di alberi per un raggio di manovra più ampio” e garantire così la sicurezza dei lavoratori. Il Ctu, l’ingegner Giuseppe Venanzio, esplicita proprio nella relazione che “il terreno risulta ‘lavorato’ fino al limite con la conseguenza che il trattore dotato di fresa deve procedere nell’area adiacente a quella con la pendenza accentuata. E’ un problema di regolamentazione della zona di passaggio tra la pendenza più leggera, non costituente pericolo per il trattore e l’operatore, e quella in cui risulta ‘pericolosa’ se interessata dal mezzo”.

Il rollbar risultava funzionante come anche la cintura di sicurezza; lo stato di manutenzione, in particolar modo della cintura, risultava mediocre. Ma sempre dalla ctu emerge che “anche laddove la cintura di sicurezza fosse stata regolarmente allacciata- questo il passaggio cruciale – non avrebbe impedito lo spostamento laterale del tronco e della testa”. L’autopsia sul corpo di Salvatore, va ricordato, non fu fatta. Tutto all’inizio andava nella direzione dell’incidente, come lo zio di Salvatore si prodigava a dire, prima che la famiglia facesse i conti con quanto poi il Tribunale appurerà sulle condizioni dentro l’azienda agricola. Non da ultimo l’ambiente di lavoro, il maltrattamento, la paga data a briciole, come ricorda la mamma di Salvatore, Giuditta. Per tutto questo voleva andare via da lì. IL RICORDO DI SALVATORE – “Era più di un figlio, era la nostra forza, il nostro mondo”, racconta la mamma che oggi “è un’altra persona” e che per molto tempo non ha avuto la forza di alzarsi dal letto e cucinare per le sue figlie piccole, Maria Grazia ed Elena che da poco si è sposata e nel mare del suo viaggio di nozze ha lasciato una foto di Salvatore. Quel pomeriggio suo fratello la manda a casa ‘perché la vede stanca’ come lei racconta, ma senza dirle nulla. La tragedia è da poco avvenuta. “Mi ha negato un ultimo abbraccio a mio figlio” è il suo tormento. Va a casa, si mette a fare la marmellata, poi la notizia. “Salvatore ha avuto un incidente, sono uscita in ciabatte” ricorda Giuditta che piange e torna a “quei minuti infiniti verso l’ospedale. Il piazzale era già strapieno di gente. Si avvicina mio fratello con la mano tra i capelli: ‘Cosa e’ successo, cosa è successo’ e il medico mi dice: ‘Mi dispiace signora’. Poi e’ sparito, mio fratello e la moglie li abbiamo visti che stavano litigando”. Emergerà anche nelle testimonianze che quel giorno in ospedale lo zio di Salvatore, quando il nipote è già morto, riesce solo a dire al personale medico, e a tutti, ‘Chi glielo dice ora a mia sorella’.

“Non è mai venuto a chiedere perdono, lui diceva che era stato un incidente e davano la colpa a mio figlio che era stato imprudente e lo hanno infangato. Non potevo pensare di mio fratello che riuscisse a meccanizzare tutto” spiega Giuditta che torna a quei momenti così confusi per lei, la fretta che lui aveva di portarlo a casa, di non fare l’autopsia, “loro che andavano e venivano, parlavano per me , io non ricordo nulla, ero assistita e sedata, non stavo in piedi”. Se ad un certo punto non ci fosse stata la battaglia di Maria Luisa, quando inizia a mettere insieme i puzzle delle truffe, dei maltrattamenti in azienda e il comportamento strano di suo fratello, non si sarebbe arrivati alla riapertura del caso e alle nuove indagini che hanno portato alla sentenza di luglio e prima ancora al processo per l’aggressione, le minacce a lei, alla loro mamma Carmela, e a un vicino di casa.

GLI AMICI E LA MEMORIA

Oggi su quella “scarpata dove è morto- racconta infine la zia Maria Luisa- gli amici, ben 7mila persone erano presenti al funerale di Savatore pagato da loro con una gara di solidarietà, che sono stati al fianco della famiglia in tutte le udienze, hanno fatto un vero e proprio mausoleo, hanno messo palme e pannelli solari perché lui, ragazzo e già tanto uomo, aveva paura del buio”. E’ stata dedicata a Salvatore un’opera dell’artista Carlo Soricelli, che cura l’Osservatorio indipendente dei morti sul lavoro di Bologna, intitolata ‘Il muro delle farfalle bianche’: con la foto del volto del giovane, con una farfalla bianca sui capelli. Ed è stata anche composta una canzone, da una poesia di Carlo Soricelli, cantata da Pierpaolo Capovilla. Capita, racconta sua madre, che qualcuno sulla sua lapide lasci ancora oggi una tazzina di caffè, come quell’ultimo, freddo, in quell’afoso pomeriggio di maggio.

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