Draghi al battesimo della politica, 20 ore tra citazioni e inchini

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I riti delle aule, il coaching di Giorgetti, l'emozione del banchiere
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ROMA – Mercoledì in Senato ha chiuso con l’invito a “validare” la stima che in tanti gli avevano tributato, ieri un più ecumenico “spero condividiate lo sguardo rivolto al futuro che caratterizzerà la mia missione”. Lunga standing ovation quasi unanime, in tutto l’emiciclo dell’aula della Camera.
Finisce così, alle 18,30, con una replica di pochi minuti, la maratona parlamentare del presidente del Consiglio Mario Draghi: quella verbale però è stata essenziale, neanche due ore in tutto fra Camera e Senato, la maratona fisica invece è da primato: più di dieci ore ieri al Senato (è arrivato in fondo, alla mezzanotte, per ascoltare l’esito del voto di fiducia, era stato puntualissimo alle 10 la mattina). E ha replicato alla Camera: in Aula dalle 8.30, fino a sera, ancora si salta la cena.

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A Draghi serve subito un vaccino, doppia dose di pazienza

Mercoledì era la sua ‘prima’, più impacciato, ma Giorgetti accanto non lo ha mai mollato ‘istruendolo’ sulle dinamiche parlamentari e correggendogli l’unico inciampo sui numeri. Ieri alla Camera Draghi è sembrato già più sciolto, Giorgetti si è visto poco nei banchi del governo, volava fra i corridoi della Camera e gli scranni da deputati. Alla sinistra di Draghi stavolta c’è la ministra Lamorgese, imperturbabile anche agli attacchi della Meloni, è quella che ha resistito di più alle turnazioni organizzate per distanziare anche i ministri. Si parte con D’Incà, Colao, Speranza, poi si cambia. Ma nei turni le donne non mancano mai. Bonetti, Gelmini, presenti fin dall’inizio del discorso.

Si parte, Draghi risponde solo ai punti sollevati dai deputati e non trattati mercoledì al Senato: anticipa l’organizzazione del discorso, classifica i punti di cui verrà a dire. Il primo applauso – capitolo corruzione e semplificazione – arriva dopo 5 minuti da tutto l’emiciclo, con un ‘bravo’ isolato e quasi timido, l’entusiasmo è contenuto, i cellulari lavorano poco, pc non se ne vedono quasi, molte braccia conserte e sguardi attenti. Il secondo applauso è più incisivo, siamo al capitolo giustizia, e arriva soprattutto da destra. Il terzo invece è più fragoroso e proviene da sinistra: Draghi sta parlando di carceri. Ah poi c’è lo sport, “se non ho detto nulla, non vuol dire che non è importante”. Come potrebbe non esserlo lo sport, così “profondamente radicato nell’immaginario collettivo”, è la risposta a chi aveva pensato di coglierlo in fallo. Del resto, nella due giorni parlamentare le metafore e i paragoni si sono sprecati: Draghi come Ronaldo, come Baggio… Ma no: è romanista, ‘come Totti’, dice Giachetti.

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Sul turismo il presidente del Consiglio si permette di ripetersi, lo denuncia lui stesso. “Ma lì è sicuro che si riparte, perché siamo in Italia”. Basta, si chiude. E ritorna l’aula di sempre. Liberi tutti, chi esce, chi gira fra i banchi, Sgarbi fa le traversate con mascherina abbassata, i commessi intervengono su assembramenti troppo sfacciati. Ma niente di che, ordinaria amministrazione anche un po’ meno del solito e quando il presidente Fico suona la campanella e richiama all’ordine, tutti di nuovo a posto. Ecco gli interventi: si alza la glicemia, elogi, riconoscimenti e speranze, allo Zenith Maria Elena Boschi che sparge zucchero abbondante anche per Italia Viva e la sua eroica spinta per arrivare a Draghi. Poi fa un lungo discorso, invocando “un cambiamento normale e rivoluzionario”, il ‘Grazie presidente’ ad ogni chiusura di capitolo.

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Governo, Lupi cita i Coldplay: “Non serve un supereroe”

Ci vuole Giorgia Meloni per ripristinare il minimo sindacale di dialettica quando maltratta in un sol colpo Lamorgese, Speranza, Di Maio e Arcuri, e indirettamente il presidente Draghi, che non ha avuto il coraggio di liberarsene. Ma alla fine si placa anche lei e promette collaborazione patriottica. Gli interventi corrono senza sorprese, sono le citazioni a tenere banco, tutti in gara per la bella figura. La notizia è chi-cita-chi. Meloni affida l’incipit addirittura al comunista Brecht: “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”. A sorpresa il Gianni Morandi del Parlamento, il moderatissimo Maurizio Lupi, scomoda i Coldplay: “Non sto cercando supereroi ma solo qualcuno cui rivolgermi”. Poi l’evergreen Calamandrei, Gandhi e a iosa Draghi stesso, il suo “whatever it takes” buono per tutte le occasioni. Curiosamente, nel florilegio di frasi celebri, nessuno ha tirato in ballo quel John Maynard Keynes che è considerato il punto di riferimento teorico dell’ex governatore Bce. “Quando i fatti cambiano, io cambio le mie idee. Lei che fa signore?”, chiedeva l’economista americano. Parole che a Draghi sembreranno oggi un viatico quanto mai prezioso.

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