Yvette Samnick: “Con i fondi di ‘Perchè ti amo’ aprirò centri antiviolenza in Camerun”

Alla Dire presentazione del libro che racconta la sua storia
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ROMA – “Io non voglio essere vista come un’eterna vittima. Alla società piace questa immagine della donna debole, ma io adesso mi vedo come una vincitrice”. Yvette Samnick è un fiume in piena mentre nella sede dell’agenzia Dire a Roma racconta la sua storia, la stessa che ha voluto scrivere in ‘Perché ti amo’, nelle librerie per Pellegrini editore da settembre. Quella di una giovane donna, vittima di violenza assistita da bambina, nella sua famiglia di origine in Camerun, di violenza domestica da adulta in Italia, che si è ribellata ed è “sopravvissuta ancora prima di uscire da questa situazione”, come le diceva Marta Picardi del centro antiviolenza ‘Roberta Lanzino’ di Cosenza mentre la accompagnava nel suo percorso di rinascita.

“Un’occasione per cucire insieme quelle che sembrano delle distanze, delle differenze”: così Valentina Pescetti, esperta per l’empowerment delle donne, definisce ‘Perché ti amo’. Un libro in cui cogliere meccanismi uguali in tutto il mondo e trasversali nel tempo, perché “le situazioni attraversate dalle donne della Guinea-Bissau con cui ho lavorato e quelle vissute da mia nonna in Friuli per liberarsi sono molto simili”. Liberarsi da cosa? Dal “sistema patriarcale, in cui se la donna prende parola pone l’uomo al di fuori della società, la cerchia che lo protegge”, che prevede “l’ordine della discriminazione, in cui la donna deve essere sottomessa”.

“Le emozioni di una donna che subisce violenza in Africa sono le stesse di quelle di una donna che la subisce in Italia”, interviene Marta Picardi, che sottolinea il ruolo delle figure di trasmissione della cultura patriarcale. Come nella storia di Yvette fa sua suocera, “che non è solidale con lei e non pensa: ‘anche lei è una madre, una donna come me’. Questo spiega come sia un problema che riguarda tutti nelle piccole cose e che parte dall’educazione dei nostri figli e delle nostre figlie. Ora Yvette è diventata una nostra mediatrice culturale- continua Picardi- e grazie a lei siamo entrate in contatto con le donne africane. Ci ha portato una ricchezza incredibile di punti di vista che ha stravolto le attività del nostro centro”.

Formatasi nell’ambito del progetto della rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re per donne migranti richiedenti asilo e rifugiate sopravvissute alla violenza, ‘Leaving violence, living safe‘, è proprio durante questo percorso che Yvette trova la forza di mettere nero su bianco la sua testimonianza. “Io l’ho incoraggiata- racconta la giornalista Cristiana Scoppa, di Donne in Rete contro la violenza- perché scrivere significa avere l’opportunità di mettere a fuoco e Yvette ha talento“. “Scrivere il libro, testimoniare in tribunale, raccontare determinate situazioni, è stato come riviverle ed è stato bruttissimo- confessa la scrittrice- Per questo non ho più voluto leggere il libro, perché mi fa venire rabbia”. La stessa rabbia che traspare quando racconta la doppia discriminazione che ancora subisce. “La prima come donna- sottolinea- la seconda come straniera, quando le macchine spesso si fermano perché pensano che io sia una prostituta. A volte mi capita di entrare negli uffici e salutare. Non mi guarda nessuno, non mi vedono”. Sono le cosiddette “discriminazioni intersezionali” basate su sessismo e razzismo, che Yvette vuole combattere qui in Italia, ma con lo sguardo rivolto al Camerun “dove c’è una società patriarcale e maschilista che non dà spazio all’autodeterminazione della donna”. È proprio lì che Yvette, con l’Associazione camerunense di lotta contro le violenze sulle donne (Aclvf) fondata insieme alla madre, proverà a fondare dei centri antiviolenza con i fondi ricavati dal libro. Per dare una speranza in un Paese “in cui la violenza sulle donne non è reato e le donne vengono normalmente uccise”.

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18 Dicembre 2019
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