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In Sudan il movimento anti-golpe ancora in piazza, i morti salgono a 15

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Delegato Usa a Khartoum, militari assicurano voto entro luglio 2023
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ROMA – Ancora scontri a Khartoum, capitale del Sudan, dove ieri si sono tenute manifestazioni contro il colpo di stato dei militari del 25 ottobre scorso. Fonti di stampa concordanti riferiscono di gas lacrimogeni sparati stamani dalle forze di sicurezza per disperdere decine di dimostranti che hanno deciso di rimanere in strada anche oggi. Stando al Central Committee of Sudan Doctors (Ccsd) il bilancio delle vittime di ieri è intanto salito a 15, rendendo l’iniziativa di ieri la più sanguinosa dall’inizio delle proteste popolari scoppiate contro la decisione dell’esercito di sospendere il governo di transizione. Da allora, come riferisce ancora l’associazione dei medici sudanesi, i morti tra i civili sono 39 e nella maggior parte dei casi è stato riscontrato l’impiego di “pallottole vere” da parte di polizia e esercito.

Sempre secondo il Ccsd, le violenze hanno raggiunto anche gli ospedali: ieri le forze di sicurezza avrebbero fatto irruzione nel nosocomio di ‘Waad’ a Omdurman, sobborgo a sud di Khartoum. Qui, sempre stando a quanto riporta l’associazione, i militari avrebbero “sparato lacrimogeni all’interno delle strutture noncuranti della presenza di malati e feriti”, mentre in altre strutture, come quella di e ‘Al-Arbaeen’ – sempre ad Omdurman – i militari avrebbero assediato gli ospedali impedendo l’accesso ai feriti o disturbando i medici.
Mentre nella capitale e nei sobborghi circostanti proseguivano i cortei di protesta, il Consiglio sovrano di transizione (Tsc) ha tenuto un meeting al termine del quale è stata “sottolineata la necessità di completare la definizione delle strutture statali e i restanti compiti del periodo di transizione per realizzare le aspirazioni del popolo sudanese, compresa la Commissione elettorale”. Lo si legge in una nota rilanciata dall’Agenzia sudanese Suna, che continua: “Il Tsc ha anche affermato l’importanza di accelerare la scelta del primo ministro per formare il suo governo”.

Nella stessa giornata, l’autoproclamato presidente del Tsc, il generale Abdel Fattah Al-Burhan – leader del golpe di ottobre – ha ricevuto l’assistente segretario di Stato americano agli Affari esteri, Molly Phee. Come riporta Suna, discutendo con la rappresentante di Washington, Al-Burhan ha ribadito l’intenzione della giunta di tenere elezioni democratiche a luglio del 2023, ribadendo che i militari non intendono restare al potere. Il presidente del Consiglio di transizione ha inoltre definito “un processo correttivo necessario” il colpo di stato di ottobre, per rimediare alle “divergenze nell’arena politica, oltre che all’ingerenza straniera (esercitata su) alcune forze politiche”. Tutte dinamiche che a detta del generale avrebbero “influito negativamente sulla realizzazione del processo di transizione”.

Phee, che il giorno precedente ha incontrato il primo ministro del governo di transizione destituito, Abdalla Hamdok, ha assicurato che il presidente Biden “sostiene gli sforzi del Sudan verso la democrazia”. La stampa internazionale fa sapere che la giunta militare si sarebbe impegnata a rilasciare Hamdok – agli arresti dal 25 ottobre – entro i prossimi giorni, e che verranno liberati anche i civili arrestati nel corso delle proteste. In Sudan nel 2019, dopo un aumento dei prezzi di carburante e prodotti di prima necessità, si sono tenute grandi manifestazioni popolari al motto di “libertà, pace e giustizia” che presto si sono trasformate in mobilitazioni volte a ottenere la fine del trentennale governo del presidente Omar Al-Bishir, accusato di autoritarismo, violenze e gestione personalistica delle risorse economiche del Paese.

Il generale fu infine deposto da un intervento non violento dei militari che, dopo mesi di consultazioni, acconsentirono alla creazione di un governo di transizione in parte composto da civili e guidato dal premier Hamdok. Tali eventi convinsero il governo degli Stati Uniti a rimuovere il Sudan dalla lista dei Paesi terroristi e a sospendere le sanzioni economiche, una misura che ora il generale Al-Burhan teme possa scattare di nuovo.

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