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“La povertà alimentare ha volto di donna”, il report Actionaid e Csv Milano

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L'81% delle persone intervistate si rivolge agli enti del territorio con una crescita di richieste nell'ultimo anno pari al 95%
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ROMA – Secondo il rapporto di Actionaid ‘La fame non raccontata’, lanciato oggi in collaborazione con Csv Milano, sono le donne le testimoni di come sia cresciuta la povertà alimentare in Italia dall’inizio della pandemia. Le prime a saltare pasti per permettere ai figli e al resto della famiglia di mangiare, e a farsi carico di rivolgersi ai centri di assistenza per chiedere aiuto affrontando la vergogna e lo stigma sociale. Lo dice Actionaid in una nota stampa sul Rapporto.

“‘Ho saltato molti pasti perché preferivo che mangiassero loro, se avevo due uova le davo a loro e io non ne mangiavo”, ha raccontato una donna di origine straniera di Baranzate, una delle 53 voci raccolte nel rapporto. Attraverso molte interviste come questa, fatte a chi si rivolge agli enti di assistenza- si legge nel comunicato di Actionaid- emergono l’impatto e le caratteristiche della povertà alimentare nel territorio metropolitano di Milano (Corsico, Cinisello Balsamo, Baranzate, Rozzano) insieme agli effetti prodotti dalla pandemia”.

Un’emergenza già esistente, prosegue la nota, che si è allargata nel corso del 2020, come dimostra l’aumento delle richieste di aiuto alle quattro associazioni territoriali coinvolte nella ricerca: erano 2.024 le persone aiutate (671 famiglie) del 2019 e sono diventate 3.957 nel 2020 (1151 famiglie) con una crescita del 95%. E se oggi Milano è protagonista di una rapida ripresa economica, la sua provincia resta segnata da una crisi acuta che ha il maggiore allarme proprio nella difficoltà all’accesso a un cibo sano e adeguato per i più fragili.

Dal report è emerso che il 63% degli intervistati si era rivolto al centro di assistenza già prima della pandemia e il 37% durante la pandemia. Persone con entrate minime che con il Covid19 sono scivolate nella povertà alimentare, quindi non solo in una situazione di mancanza di cibo, spiega la nota, “ma di alimenti di qualità e salutari, di possibilità di scelta. Una questione di dignità per sé e la propria famiglia, che si crepa quando si arriva alla consapevolezza che non ci si può più concedere altro che gli aiuti alimentari”.

Per Actioaid, “la povertà alimentare si presenta con volto di donna: sono l’81% delle persone intervistate, in un panel rappresentativo della composizione della popolazione che si rivolge agli enti del territorio. Le donne hanno l’impegno diretto nella gestione della spesa e della sua ripartizione tra la famiglia, si fanno carico dello stress legato alla mancanza di cibo e sono le prime che rinunciano alla propria parte per darla ai figli”. Le famiglie straniere sono il 60% del campione del report perché particolarmente esposte a questo fenomeno, anche se si sono stabilite in Italia da molti anni e sono inserite nella comunità dove vivono.

Tra le famiglie più vulnerabili ci sono poi quelle che svolgono anche funzione di caregiver: in 9 famiglie intervistate è presente una persona disabile che richiede assistenza. Oltre il 20% inoltre dichiara di aver perso il lavoro durante la pandemia e molte altre di aver visto ridurre significativamente le ore di lavoro, con ripercussioni gravi sul reale reddito disponibile, per molti la situazione economica è diventata ancora più critica perché è venuto meno il reddito da lavori precari (a chiamata, ambulanti, badanti). Ad emergere con forza “è la difficoltà a far fronte al cumularsi delle spese per i beni primari, spesso il guadagno mensile della famiglia viene usato per pagare affitto e bollette (grande è lo stress per la paura di perdere la casa) e il cibo diventa quasi un bene secondario, a cui relegare un budget esiguo e che vede escludere gli alimenti più costosi, come carne e pesce“.

A sostenere nel momento di massimo disagio i nuclei famigliari (il 50% del campione), si legge ancora nel report, sono state le forme di sussidio statali di contrasto alla povertà estrema: il 37% degli intervistati riceve il reddito di cittadinanza, il 19% la Naspi, il 7% è in cassa integrazione, il 4% un sussidio di disoccupazione, il 4% assegni o indennità di accompagnamento, l’11% invalidità civile ed il 30% ha confermato di ricevere altri tipi di sussidi (reddito di emergenza, bonus Covid), riporta sempre la nota.

“La povertà alimentare è un fenomeno che va ben oltre il solo bisogno materiale e riguarda aspetti sensibili della vita di ognuno- ha spiegato Roberto Sensi, policy advisor di Global Inequality ActionAid Italia– Chi non ha accesso a un cibo adeguato vede compromesso il proprio benessere psicofisico: mancanza di dieta salutare, stress, paura, esclusione sociale. Il contrasto a questo fenomeno non può passare solamente attraverso misure di natura emergenziale come è stato per i buoni spesa erogati negli ultimi diciotto mesi. Servono politiche di contrasto più efficaci- ha detto- come, ad esempio, rafforzare gli interventi di sostegno al reddito in modo che garantiscano alle famiglie in difficoltà l’accesso a un cibo adeguato sotto il profilo socio-culturale e nutrizionale. Il cibo è un diritto umano fondamentale– ha concluso Sensi- e le istituzioni a tutti i livelli hanno il dovere di garantirlo evitando che il numero di famiglie che vivono la povertà alimentare continui a crescere nei prossimi anni”.

Stando al rapporto di Actionaid, “gli enti di assistenza alimentare rappresentano quella rete di welfare territoriale imprescindibile per garantire livelli minimi di assistenza ai cittadini in difficoltà. Tuttavia,- conclude la nota- molte di queste realtà si sono trovate ad affrontare costi e difficoltà crescenti per far fronte all’aumento delle richieste di aiuto e per garantire adeguate condizioni di sicurezza ai propri volontari”.

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