sabato 10 Ottobre 2026

La Repubblica democratica del Congo chiede che il ‘Genocost’ sia riconosciuto

Denuncia genocidio dal 1998, ma cos'è e quanti sono i 'genocidi'?

ROMA – Il 2 agosto a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, si è tenuta una celebrazione per commemorare le vittime di quasi trent’anni di conflitto che interessano il paese e in particolare il nord-est. L’evento si è svolto alla presenza di istituzioni, cantanti e intellettuali, cittadini e famigliari delle vittime presso il Memoriale del genocidio, meglio noto come “Genocost Memorial”. Infatti, in questa occasione, il presidente Felix Thisekedi ne ha approfittato per lanciare un appello alla comunità internazionale affinché riconosca il genocost, ossia il genocidio contro una popolazione motivato dalla necessità di appropriarsi delle sue risorse naturali e minerarie. A coniare questo nuove termine – che non trova ancora riconoscimento al di fuori del Paese – è stata la Plateforme d’action des jeunes congolais (Cayp) che, col sostegno di numerose realtà della società civile, è riuscita intanto nell’impresa di far istituire, appena tre anni fa, la giornata nazionale del 2 agosto dedicata alle vittime del conflitto scoppiato a Goma nel 1998. Quel giorno, un gruppo ribelle attaccò il capoluogo del Nord Kivu, col sostegno di Ruanda e Uganda, innescando il conflitto ancora in corso.

SI STIMANO 10 MILIONI DI PERSONE UCCISE

Report di organismi locali e dell’Onu stimano che 10 milioni di persone siano rimaste uccise, di cui solo 400mila inserite per il momento in un registro ufficiale. Il primo agosto, alla vigilia delle celebrazioni a Kinshasa, la Cayp insieme alla Ligue Internationale de Défense des Droits de la Femme Congolaise (Liddfc), ha diffuso un documento in cui sono esposte le ragioni per riconoscere il “genocost” a livello internazionale. Ma la Repubblica democratica del Congo non è il solo paese a chiedere che il riconoscimento di un genocidio subito. A esporre una “carrellata” di genocidi passati e presenti, presunti o accertati, sono Antonio Marchesi e Riccardo Noury nel saggio ‘Genocidi’, edito da Poeple. Docente di diritto internazionale il primo e portavoce di Amnesty International il secondo, i due passano in rassegna la storia di tale concetto a partire dalla creazione della parola negli anni quaranta del secolo scorso, ad opera del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, per descrivere le persecuzioni che ebrei e vari gruppi etnici o sociali stavano subendo da parte delle Forze dell’Asse. Il neologismo è quindi parte del processo di pacificazione avviato all’indomani della Seconda guerra mondiale e di quello sforzo di attivare meccanismi che avrebbero garantito la convivenza tra Stati.

LA BASE DELLE CONVENZIONE SUL GENOCIDIO DEL 1951

Il neologismo fu infatti adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e divenne la base della Convenzione sul genocidio del 1951, secondo cui l’atto genocidario si fonda sull’intenzione deliberata di distruggere uno dei gruppi protetti (nazionale, etnico, razziale o religioso). Lo sterminio di ebrei, rom, sinti, persone con disabilità o oppositori nei campi nazisti è un evento, dunque, chiave, ma non è un unicum. Lo precede il genocidio degli armeni nel 1915 ad opera dei nazionalisti turchi – che Ankara non ha mai riconosciuto -, degli Hazara nell’Afghanistan di fine Ottocento, oppure dei popoli Herero e Nama nell’attuale Namibia a inizio Novecento, o anche lo “Holodomor”, “il genocidio per fame” di cui venne accusata l’Unione sovietica del 1932 e il 1933 contro la popolazione dell’allora Repubblica sovietica di Ucraina. Ci sono poi quelli accertati, quelli in corso di giudizio e quelli mai accertati. Nella prima categoria ricade il genocidio del Ruanda nel 1994 e quello di Srebrenica, nell’ex Jugoslavia, del 1995, quello perpetrato in Cambogia tra il 1975 e il 1979 contro i civili da parte dei khmer rossi o infine il genocidio degli Yazidi commesso dal gruppo Stato Islamico a partire dal 2014. In tutti e quattro i casi, i tribunali sono arrivati a condannare alcuni dei responsabili.

ALCUNI EVENTI GENOCIDARI PRESUNTI MA MAI ACCERTATI

Tra gli eventi genocidari presunti ma mai accertati c’è lo sterminio dei curdi tramite armi chimiche in Iraq nel 1988, il massacro dei nativi Maya in Guatemala tra 1978 e il 1983, o anche la “sinizzazione” forzata dei tibetani da parte della Repubblica popolare cinese a partire dal 1950, che ha visto la distruzione dei templi tibetani e buddisti, il divieto di studiare la lingua e la cultura locale, l’incarcerazione degli oppositori e l’occupazione militare. Tuttavia, sono i casi in via di accertamento presso i tribuanli internazionali quelli che occupano la cronaca contemporanea, poiché riguardano conflitti in corso a cui seguono gravi crisi umanitarie e fratture politico-diplomatiche. Marchesi e Noury passano in rassegna i procedimenti giudiziari che si stanno svolgendo presso i tribunali internazionali per le violenze subite dalle popolazioni del Darfur in Sudan, i crimini commessi dalla Russia all’indomani dell’aggressione dell’Ucraina, le violenze dell’esercito sulla minoranza rohingya del Myanmar e le politiche belliche delle autorità di Israele sulla popolazione palestinese di Gaza.

LA CORTE PENALE DELL’AJA (CPI) HA AVVIATO INDAGINI

Mentre nel caso dell’Ucraina e del Sudan, i governi hanno direttamente denunciato altri stati alla Corte internazionale di giustizia (Icj) – rispettivamente la Russia e gli Emirati arabi Uniti, quest’ultimo accusato da Khartoum di finanziare la milizia ribelle che ha innescato la guerra civile nel 2023 – nei restanti due si sono mossi degli Stati terzi. Per i Rohingya, il Gambia nel 2019, e per i palestinesi di Gaza, il Sudafrica nel 2023. In entrambi casi, a latere la Corte penale dell’Aja (Cpi) ha avviato indagini per i crimini commessi, arrivando a spiccare mandati d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità a carico di Min Aung Hlaing, capo della giunta militare birmana, e sui leader del gruppo palestinese Hamas nonché contro l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e del primo ministro Benjamin Netanyahu; una mossa, quest’ultima, che è valsa a giudici e funzionari della Corte sanzioni da parte degli Stati Uniti. Gli autori concludono osservando che alle difficoltà giuridiche a confermare un genocidio, si aggiunge una certa “resistenza” culturale e politica ad usare la parola stessa, portando a volte i governi a violare gli obblighi di diritto, come ad esempio l’esecuzione di un mandato d’arresto. Questo, in ultima istanza, rafforzerebbe l’idea che “diritti umani, diritto internazionale umanitario e giustizia penale internazionale possano essere sacrificati”, eliminando altresì l’dea tanto rivendicata da Marchesi e Noury, secondo cui “Non c’è pace senza guistizia”.

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