Ancora una strage e l’Unione europea non trova una risposta comune

di Barbara Varchetta,  Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali Ancora una strage, medesimo cordoglio internazionale, reiterate considerazioni
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di Barbara Varchetta,  Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

Ancora una strage, medesimo cordoglio internazionale, reiterate considerazioni su deficit operativi in materia di sicurezza: la Francia paga ancora una volta lo scotto, a pochi giorni dalla conclusione degli Europei di calcio (vissuti ai massimi livelli di allerta), di aver abbassato la guardia sui controlli interni.

Tra le vittime dell’attentato di Nizza, rivendicato dall’Isis, centinaia di persone di diverse nazionalità, a continua conferma che la soglia di aggressione si innalza di volta in volta: non si colpisce uno Stato in quanto tale ma il sistema occidentale nella sua interezza, a poco rilevando la provenienza delle vittime, incardinate, per l’aggressore, in un contesto da osteggiare e distruggere. Nel mirino dei kamikaze e dei depositari delle strategie terroristiche c’è l’intera civiltà occidentale che, avendo ormai maturato più e più esperienze funeste, avrebbe già dovuto opportunamente orientarsi verso una controffensiva unitaria costituita da una buona sinergia tra i Servizi di Intelligence di ciascun Paese ed una rivisitazione completa delle politiche internazionali.

Monitorare ogni singolo cittadino, così come analizzare gli spostamenti di migliaia di potenziali terroristi, è un lavoro immane che, a cagione della sua mole, non può che far presagire errori e vuoti investigativi; il profilo dell’attentatore di Nizza è, infatti, quello di un uomo “invisibile” alla società così come agli investigatori: un solitario, depresso, che mai aveva manifestato sostegno al jihad. Ed altrettanto difficile da prevedere è apparsa la scelta dell’obiettivo colpito: un cosiddetto soft target costituito da cittadini colti nel loro vivere quotidiano, nel loro tempo libero, in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa. Pertanto, il livello di analisi e prevenzione andrebbe ulteriormente anticipato ad una fase precedente a quella finora considerata.

I Governi dovrebbero di concerto discutere di lotta al terrorismo ipotizzando una strategia comune che vada ben oltre le sporadiche comunicazioni tra un Servizio di Sicurezza e l’altro, superando i vuoti proclami sull’Europa che risponde unitariamente ai vili attentati finora subiti. Ma v’è di più: la scelta degli alleati extra europei, il sostegno ad alcuni Paesi e i muri innalzati contro altri, i cosiddetti equilibri internazionali, vanno senza dubbio rivisti e corretti. L’Unione Europea, ad esempio, ha corso il rischio di inserire tra i suoi membri anche la Turchia, Paese tutt’altro che europeizzato (basti pensare alle sue vicende delle ultime ore: il tentativo di un colpo di stato mirato a sovvertire l’attuale governo… una modalità incompatibile con qualsivoglia sistema democratico), in nome dei soliti vantaggi economici e di una presunta collaborazione nella lotta al terrorismo. Le compagini dell’Islam radicale sono numerose, vantano rappresentanze in ogni parte del mondo, e la scarsa conoscenza delle loro dinamiche interne da parte degli occidentali non potrà che complicare (a discapito di questi ultimi) le risultanze di una guerra che ci ha trovato impreparati e che, nel corso degli anni, è diventata soltanto una corsa frenetica a mitigare i danni, non riuscendo l’Occidente a prevenirli o a marginalizzarli.

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