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Brutte, sporche e cattive: sono le primarie, bellezza. Solo non rendetele vane

martello
Ci saranno vincitori e vinti, ma lo scontro di poteri non sarà esaurito e rischia di impattare sulle quelle stesse proposte e protagonisti che hanno attirato gli elettori
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BOLOGNA – Brutte, sporche e cattive… Sono le primarie, bellezza. Dopo Torino, domenica 20 il centrosinistra richiama all’appello il popolo dei gazebo a Roma e Bologna per la scelta dei suoi candidati sindaco. Si vota anche online, segno dei tempi. Come però lo è anche che si voti, mica scontato: per settimane il dibattito, a Bologna e Torino, si è avvitato sull’opportunità-inopportunità di aprire i gazebo con il Covid ancora in giro; e sull’utilità di ricorrere al voto online rischiando, il Pd, di finire a imitare i 5 stelle dei tempi del ‘c’eravamo tanto odiati’.

E invece si vota: in presenza e, almeno a Bologna, con la prospettiva di andarci a braccetto con i 5 stelle proprio nella città dei Vaffa day, dove tutto -contro il Pd- era iniziato per il Movimento di Grillo. Segno dei tempi. Ma intanto si vota e non è poco: anche questa è una riconquista dopo il lockdown. Libertà è partecipazione… Poter uscire e scegliere è, dopo tutto quel che è successo e dopo tutto quello -anche in politica- è stato negato per un bel po’, un fatto non scontato, a suo modo importante. Tanto importante che a Bologna si spinge per non ‘rifare la figura’ di Torino che ha avuto ‘solo’ 12.000 partecipanti alle primarie.

Ma queste primarie sono segno dei tempi anche per altro, appunto perché, agonisticamente parlando, brutte, sporche e cattive. E a Bologna indicative per tante cose. Tolta la specificità di Roma e la particolarità del caso Torino (da riconquistare per il Pd) sotto le Due torri, indomito calderone politico del centrosinistra, la corsa alle primarie ha detto e mosso tanto, e ora arriva ad uno snodo verità che però è solo un primo tempo. E non perché, come si dice, da vincere ci sono le ‘secondarie’, le amministrative d’autunno, ma perché hanno agitato le acque in maniera così ‘perfetta’ da non essere più solo e soltanto uno scontro tra due visioni di città, ma tra poteri. E perché il tanto che è stato messo in gioco non è poco in termini di promesse da mantenere.

Riassumendo: c’era il delfino del sindaco, che studiava da sindaco da anni e c’era il candidato che pareva il ‘mondo Pd’ volesse, ma non è stato candidato; Renzi ha scompaginato con la ‘sua’ Conti quando ormai sembrava superato il tormento dem sul cercare un anti-delfino; c’è stato il nuovo segretario Pd che proprio all’inizio del suo mandato poteva dare un segno forte alle città chiave del voto al nord (Bologna, Milano e Torino) quando ancora molti problemi erano sul piatto, ma ha lasciato autonomia ai territori e i territori hanno dato il meglio (proposte, idee, mobilitazione…) e il peggio (spaccature, ricorsi…).

A Bologna perfino aree del centrodestra sono tentate di votare alle primarie del centrosinistra “turandosi il naso”: l’effetto inquinamento non dovrebbe superare il 4%, ma anche qui se ne fa dramma. Ma che dramma? Il centrodestra a 3 mesi dal voto non trova chi candidare (forse la vera notizia è questa) e intanto si dà libertà di dire la propria… Ma le primarie non servono a offrire un’occasione, ad allargare il campo, a cambiare le liturgie delle segreterie di partito? Ma se anche un elettore -non un dirigente- ‘nemico’ vota alle primarie è così un dramma? Detto che perfino sindaco (attuale) e governatore hanno ridimensionato questi rischi, spostare voti-attrarre elettori (in generale eh?) non è un obiettivo della politica? Questa però forse è un’altra storia.

Intanto, il presente dice che le primarie -nel caso Bologna- hanno riaperto più di un movimento tellurico nel Pd (e la lesa maestà per chi non vota il candidato dem è solo l’ultima spia). Tanto che da un po’ si sente dire: dopo le primarie “non si può far finta di niente”. Ci sono contraccolpi in agguato ed è un effetto di alcune opacità del pre-primarie: sulle alleanze ad esempio. A seconda di chi vince, M5s o renziani potrebbero non essere in coalizione…

Eppure come dice Stefano Bonaccini, le primarie sono “un bellissimo strumento di partecipazione” ma serve “che si decida complessivamente un perimetro di coalizione con cui presentarsi al voto anche successivamente”. Però non sembra esserci clima facile per una pacificazione rapida. Ci sono scorie ‘importanti’ perché è scontro di poteri. E lo si nota: se alle aziende si chiede di collaborare e aggregarsi, “come mai la politica non ha la necessità di fare squadra?”, diceva il presidente di Confindustria Emilia.

Le primarie bisogna farle molto prima delle elezioni, cosicché le ferite siano rimarginate per tempo“, raccomanda Prodi. E il segretario Pd di Bologna sa 2 cose: che dopo primarie così ‘totalizzanti’ per il centrosinistra, ci sarà uno slancio che potrebbe agevolare parecchio la vittoria alle comunali, ma anche che il “tema grande del Pd non è quanto riesce a tenere largo il perimetro, ma è la qualità della modalità con cui stiamo insieme. Quando eravamo con Enrico Letta, i volontari ci hanno detto: possiamo avere idee diverse, ma prima di tutto viene la comunità, poi i destini personali. Questa è la discussione che merita il Pd, anche dopo queste primarie”. Dopo, appunto. Per dirla con Prodi, l’aggressività del prima è ‘naturale’ (anche se è stata tale da far temere che potesse allontanare gli elettori; almeno dopo il rinfacciarsi stili e appartenenze personali, ha costretto ad elevare il piano delle proposte), è quella del dopo che ‘tocca’.

Il minuto dopo le primarie, l’ora x sarà quella: ci saranno vincitori e vinti, ma lo scontro di poteri non sarà esaurito e rischia di impattare sulle quelle stesse proposte e protagonisti che hanno attirato gli elettori alle primarie. È il ‘come’ si esce dalle primarie la questione, assieme alla capacità di esigere, da chi vince, che le cose che ha promesso le farà. Sennò si rischia che le primarie non siano servite. E sono state solo uno scontro di potere.

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