lunedì 8 Giugno 2026

VIDEO | In Zambia foreste e comunità rinascono grazie a ‘carbone verde’ e api, parola della start-up italiana

Il progetto di Koalisation punta a ridurre l'uso del carbone, riavviando la rigenerazione ambientale e lo sviluppo

ROMA – Un miele scuro, dalle note forti, quasi piccanti, può rappresentare il sapore del riscatto di intere comunità che abbandonano il carbone per abbracciare la riforestazione. Vasetti di ‘Wild honey’ sono disponibili per il pubblico di Expo Codeway 2026, la fiera della cooperazione allo sviluppo che si è svolta a Fiera di Roma, e offrirli è la start-up milanese Koalisation, attiva con due progetti di rigenerazione ambientale nella Copperbelt.

Questa regione dello Zambia ospita i maggiori giacimenti di rame al mondo e già questo basterebbe a inquinare le falde, il suolo e l’aria per via delle attività estrattive. Tuttavia un’altra piaga si aggiunge, quella della deforestazione: se nel 2020 la regione contava su 1,6 milioni di ettari di foresta naturale, stando a stime del 2025 le attività umane ne hanno decurtato 46mila ettari, pari a 21 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Tra le prime cause del taglio di alberi c’è la produzione di carbone di carbone, usato qui come in tutti i paesi in via di sviluppo come fonte non sostenibile per cucinare e produrre calore. Ma oltre ad inquinare, i fumi densi di cucine tutt’altro che a norma sono la prima causa di morte prematura tra donne e bambini.

E’ qui che entra in gioco Koalisation, che punta a sostituire “l’economia morta del carbone” con quella “viva” del carbone derivante da scarti vegetali, dei frutteti e delle api, come spiega all’agenzia Dire Eleonora Pesce marketing and communication manager della start-up. Si parte dall’intervento a Mapalo, nei pressi della città di Ndola, che ospita una delle principali baraccopoli della nazione africana, dove la popolazione soffre povertà e degrado. Nell’insediamento informale, la start-up distribuisce stufe efficienti (“cookstoves”) che riducono fino al 70% il consumo di carbone, dove si può anche usare un carbone “alternativo” prodotto con scarti vegetali. Oltre 17mila persone raggiunte.

L’intervento non si ferma qui: costruita anche una torre idrica che fornisce acqua calda a centinaia di famiglie, nonché incubati 9mila alberi da frutto, per sostenere sia il rimboschimento che fonti di reddito per la comunità. A Walamba, circa 300 chilometri più a nord, Koalisation ha infatti aperto un centro di formazione per contadini locali su tecniche innovative, rigenerative e a basso impatto ambientale, e ha inoltre installato 200 alveari.

IL RUOLO DEGLI “EX CARBONAI” CHE TORNANO A FARE I CONTADINI

Punto centrale dell’intervento di rigenerazione sono “gli ex carbonai”: “non potevamo escluderli”, continua Pesce, “anzi, sono diventati gli attori principali perché distribuendo le nostre stufe, abbiamo ridotto la domanda di carbone”. Proprio i carbonai, che in origine erano contadini che un giorno decisero di abbandonare i campi per dedicarsi alla produzione del carbone, molto più redditizio, “partecipano ai programmi di formazione su pratiche di agricoltura rigenerativa, con trasferimento di know-how e capacity building per dare loro un nuovo impiego, tra cui la cura dei frutteti ma anche la fabbricazione di pellet da scarti vegetali, oppure la produzione del miele”. La start-up ne sostiene l’imbottigliamento e la vendita, anche perché contribuisce a preservare le foreste: “gli alberi su cui gli alveari vengono appesi sono ritenuti sacri e quindi- evidenzia la referente- non saranno mai tagliati”.

In questo senso, Koalisation si fonda su un approccio che “non vede l’impatto come effetto collaterale positivo, ma come vero e proprio asset economico- continua Pesce- che può essere generato, certificato, trasferito e valorizzato”. La start-up, che si definisce una “impact utility”, punta dunque a “connettere mondi che normalmente non si parlano: aziende europee che cercano impatto misurabile, con le comunità africane, i carbonai o i contadini, che producono quell’impatto ogni giorno, sul campo”. A valle, conclude Pesce, “i consumatori, che acquistano e cucinano ogni giorno”. E scegliere che tipo di carbone usare, può fare tutta la differenza.

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