Licenziata da Coop dopo 30 anni per una discussione in orario extra-lavorativo

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La dipendente aveva chiesto ad una collega un cambio di banconote, ma la richiesta si è trasformata in una discussione negli spogliatoi a fine turno. Il tribunale di Modena ha però stabilito l'illegittimità del licenziamento
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MODENA – “Sono stata per 30 anni in Coop ed ero ad un anno e mezzo dalla pensione, dopo aver cominciato la prima volta a lavorare nella mia vita a 14 anni. In 30 anni di cooperativa non ho mai ricevuto un richiamo o una contestazione scritta. Ho sempre creduto nei valori Coop, piuttosto, e per questo non mi aspettavo che mi avrebbero licenziata per una vicenda del genere: una discussione con una collega al di fuori dell’orario di lavoro, per di più su una questione banale come lo scambio di banconote di taglio diverso per la cassa. Anzi, leggere nella lettera Coop che avrei perso la loro ‘fiducia’ mi ha fatto male. Fra l’altro ho problemi fisici, porto due protesi alle anche e sono stata operata di ernia alla schiena, oltre a seguire una mamma anziana non autosufficiente. Pensavo che al limite mi sarebbero venuti incontro, diciamo, e non che mi avrebbero licenziata”. È la storia di una (ex) lavoratrice modenese di Coop Alleanza 3.0, una cassiera ‘storica’, che oggi solo grazie a un Tribunale, dice, ha ottenuto quella giustizia che si sarebbe aspettata dal suo datore di lavoro, in altre forme e in altri tempi.

Il giudice di Modena Andrea Marangoni ha stabilito il 4 marzo l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimatole da Coop, nel novembre 2019, applicando la tutela indennitaria prevista dall’ex articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Dunque, niente reintegro ma un’indennità, come stabilisce il Jobs Act, per la cassiera ormai vicina alla pensione, che lavorava in un negozio Coop dell’area delle Terre di Castelli. “Non ci lavoro più forse perché di carattere sono troppo schietta e diretta, ma lo sono sempre stata”, ragiona la lavoratrice. Sta di fatto che Coop Alleanza 3.0 è stata condannata al pagamento alla lavoratrice di un’indennità pari a ben 20 mensilità, oltre a rivalutazioni, interessi e spese legali di lite. “Non ho ancora fatto i calcoli e non so quanto mi spetti”, minimizza la cassiera parlando oggi alla ‘Dire’. Seguita in udienza dall’avvocato Gabriella Cassibba così come, fin dall’inizio, dalla Filcams-Cgil, “che ringrazio di nuovo per il sostegno”, la diretta interessata sembra tuttora incredula.

Ma cos’è successo quindi due anni fa? “A fine ottobre, col negozio pieno di gente, mi dirigo da una collega del box casse, dove gestiscono il lavoro delle cassiere, e chiedo banconote da cinque e da 10 euro perché erano finite. Lei mi risponde subito ‘quelle da 10 le hai’ e che non era la prima volta che ne facevo richiesta, mettendo dunque in dubbio la mia necessità”, spiega l’ex cassiera. Che continua: “Sul momento non litigo in negozio, ripeto, ma le faccio vedere quanti pezzi da 10 euro mi rimangono per ribadirle che ho bisogno. Alle 13.30 finisco il turno, negli spogliatoi incrocio mie due colleghe, anche loro da 30 anni in azienda, con cui parlo in generale di ‘problemi di lavoro’ senza citare la collega con cui ho discusso. Ma quest’ultima, nella sua mezz’ora di pausa, si dirige verso gli spogliatoi e comincia a urlare, dicendomi ‘so che stai parlando male di me’. Io rispondo ‘vieni a sentire’, e anche le colleghe nello spogliatoio confermano che non stavo facendo nomi”. Il risultato, continua l’ex cassiera modenese, “è che siamo state licenziate tutte e due, io e la collega del box casse: lei fra l’altro, più giovane di me perché non ha nemmeno 40 anni, era stata appena spostata da un altro negozio”.

Se nel frattempo pure “la collega” si è rivolta in Tribunale, a quanto pare per chiedere in un qualche modo il reintegro vista anche la sua età, l’esito del 4 marzo rappresenta per l’ex cassiera “un atto di giustizia”, nonostante il lavoro ormai sia perso. Ma negli anni, racconta ancora la diretta interessata, il rapporto non era stato sempre sereno in azienda: “Mi avevano chiesto di spostarmi in un altro negozio, anche se avevo mia madre a letto dopo un intervento. Per questo avevo anche chiesto un part-time, non ce la facevo più. La verità è che il mio capo negozio non mi ha mai stimato, basta leggere la relazione finale che ha scritto sul mio operato di 30 anni, nel corso dei quali non ho mai ricevuto neanche una lettera di richiamo”. Al momento, Coop non ha risposto alla sentenza del Tribunale ma in casa Cgil non si esclude nulla.

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