Coronavirus, La filosofa: “Dobbiamo essere pronti, questa notte finirà”

Intervista a Barbara Henry, ordinaria al Sant'Anna di Pisa
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ROMA – “Sentinella! Quanto resta della notte? E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate un’altra volta”. Scriveva così il filosofo Max Weber nel 1919, citando Isaia, e con queste parole Barbara Henry, ordinaria di Filosofia Politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, intervistata dall’agenzia Dire, ha fotografato le nostre società occidentali in questi giorni, trasfigurate dalla pandemia Covid-19.

“Adempiremo al compito quotidiano- ha detto la filosofa, sempre citando Weber- noi come docenti dobbiamo dare l’esempio, tutti/e dobbiamo rimanere vigili e pronti, senza cadere in depressione o nelle psicosi, perché questa notte finirà”. La restrizione che in poco tempo ha modificato la libertà d’azione dei cittadini, secondo Barbara Henry, non ferisce soltanto la nostra libertà, ancor di più mette a dura prova la nostra autonomia: “L’autonomia, nel suo significato kantiano, vuol dire interiorizzare la norma a prescindere da chi la impone, non è tanto la libertà come arbitrio, quanto la rivalutazione del principio di dar legge a noi stessi/e”. Il nesso fra autonomia e responsabilità è capace di costruire legami con gli altri e altre che a prima vista non sono visibili. E’ questa la duplice rivelazione dolorosa che questa pandemia sta portando: “L’esistenza di una comunità sovranazionale e la nostra profonda vulnerabilità”.

Il virus ha prodotto uno svelamento: “C’è un’idea di comunità immaginata, non più soltanto nazionale, come pensava Anderson, ma transnazionale e sovranazionale ‘fondata su simboli comuni e globali; i simboli di oggi sono analoghi al giornale quotidiano, all’orologio che da due secoli scandisce il tempo comune’ e che appunto ha creato per Anderson le comunità nazionali tipiche e diffuse in tutto il mondo dal XIX secolo in avanti; l’interconnessione multilaterale fra individui, società, imprese, istituzioni e gruppi umani è oggi la quintessenza di questa nuova simbolica della mediazione e della comunicazione sovranazionale; si tratta di riprenderne coscienza in questo frangente drammatico. Infatti- ha aggiunto la filosofa- ci siamo ritrovati/e responsabili anche di coloro che non fanno parte della nostra nazione, perché il contagio non si ferma ai confini, neppure ai confini interni dell’Unione, che vengono chiusi da alcuni governi europei in forma anacronistica e velleitaria. Abbiamo vincoli con persone che sono altrove ed è difficile pensare di non avere contatti con persone care, eppure lontane. Con la pandemia in corso- ha sottolineato Henry- si è generata una riapertura dell’immaginazione politica, ed è auspicabile che vi sia anche un rafforzamento del patto intergenerazionale dentro e fuori le Nazioni”. Il rischio di contagio, le misure di sicurezza, le cautele soprattutto verso le persone più vulnerabili, secondo la docente, sono anche “l’occasione dolorosa, la crisi che può portare al recupero di un rapporto tra generazioni, e nell’ottica del patto politico, non caritatevole né morale”.

LA QUESTIONE DEI CONFINI

Subito dopo il tema delle generazioni emerge la questione dei confini e quel “rischio di tornare indietro, forse più paventato che reale”, e che si fa strada come tentativo di difesa da questa malattia globale. E’ fin troppo semplice: “Il virus passa i confini, questa chiusura dei confini nazionali è solo un modo per esternalizzare la paura. Siamo troppo interconnessi e non c’è niente di più falso- ha sottolineato Henry- di chi pensa che questa contrazione delle dinamiche sociali sia positiva, per insegnare ad alcuni paesi come il nostro ‘a rigare dritto’. La pandemia da Covid 19- ha spiegato la filosofa- ci ricorda piuttosto la nostra vulnerabilità, quella che i transumanisti, fiduciosi nella realizzazione imminente di una umanità ulteriore, inedita e perfetta, non riconoscono”.
 
Vulnerabili rispetto alla porosità dei confini che il mondo globale può cancellare con un volo aereo di turisti o di manager, e che gli stati erigono inutilmente contro le masse di rifugiati in fuga, vulnerabili anche nel corpo che può essere ferito a morte da un microorganismo: “Il corpo e la sua materialità simbolicamente riconfigurata ci impone dei legami, ci assegna dei limiti ed oggi, che non posso vedere di persona i miei allievi/e in classe, né posso impiegare la telecamera per il sovraccarico della rete, mi sta facendo recuperare la dimensione dell’ascolto, quella che gli antichi chiamavano la dimensione acroamatica” spiega la docente di Filosofia Politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

COSA AVVERRA’ UNA VOLTA SUPERATA L’EMERGENZA

Difficile capire se sapremo far tesoro di questo rallentamento e di questo distanziamento forzato: “Non credo che impareremo a rallentare. Anzi, avremo la voglia di recuperare il tempo perduto con il conseguente rischio di contagi di ritorno, proprio per il parossismo e la frenesia di voler riprendersi le occasioni, i contatti, le piccole e grandi felicità non godute. Dovremmo invece mantenere per un certo periodo questa sobrietà della distanza e della dilatazione, altrimenti non ne usciremo. Non abbiamo perso la nostra vita e il nostro tempo, lo abbiamo diversamente impiegato- ha rivendicato la filosofa Henry- e se lo capiamo non finiremo nel rischio della ‘abbuffata sociale’. L’Italia sta affrontando questa crisi in modo dignitoso e spero venga mantenuta questa capacità di tenere la barra dritta anche in seguito”.
 
Il Coronavirus in fin dei conti, dal punto di vista della vulnerabilità, ha riportato “il mondo Occidentale alle fragilità della propria epoca pre-moderna” che sembravano sepolte, cose del passato remoto. “Sono le stesse fragilità però- ha ricordato la filosofa- che attentano alla vita di tante, tantissime persone ancora oggi, costrette a sopravvivere a stento in altre parti del mondo: siamo ‘tutti/e sulla stessa barca, come si dice, dal punto di vista della vulnerabilità”. E’ anche questo un significato ulteriore e derivato dalle riflessioni sulla pandemia odierna; ma è quest’ultima una notte collettiva di cui “dobbiamo tornare a chiedere quando finirà”. Perché finirà.
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18 Marzo 2020
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