Coronavirus, ricercatrice Spallanzani: “Oggi consegnata sequenza intero genoma”

Intervista al team di ricercatrici donne dell'istituto Spallanzani che hanno isolato il nuovo Coronavirus in Italia: Maria Rosa Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita
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ROMA – “Ieri abbiamo consegnato un lavoro che descrive la sequenza dell’intero genoma del virus e l’abbiamo determinata paragonandola alle altre sequenze”. Lo ha detto la direttrice del laboratorio di virologia dell’Istituto nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Maria Rosa Capobianchi, intervistata dall’agenzia Dire. Capobianchi, fa parte del team di donne, composto da Concetta Castilletti e Francesca Colavita, che hanno isolato il nuovo Coronavirus in Italia.

“Al momento ci sono delle piattaforme di condivisione che sono state importanti per Ebola e che ora naturalmente sono molto importanti per il Coronavirus- ha proseguito Capobianchi-. Ci sono un centinaio di sequenze già disponibili, che vengono da varie parti del mondo, alcune dalla Cina alcune da altri Paesi extra Cina che hanno registrato casi. Al momento si vede che il virus si sta adattando e quindi ci si aspetta che mostri un po’ di variazione. Per ora c’è una tendenza molto piccola a cambiare. Quello che si può dire è che il virus va seguito perché si deve cercare di arrivare con l’analisi filogenetica, cioè con il paragone delle sequenze e l’identificazione delle somiglianze tra i ceppi, a descrivere una traccia evolutiva. Ed è quella che poi, modellizzandola- ha concluso- ci potrà dire quanto ci aspettiamo di cambiamento nel corso del tempo”.

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“VIRUS SIMILE AD ALTRI, STUDI PROSEGUONO”

“Che faccia ha il Coronavirus? È molto simile ad altri virus che già si conoscono, non si conosce ancora bene il livello di patogenesi, quindi gli studi andranno avanti per capire come si comporta a livello dell’ospite. Ci sono anche studi per capire dove questo virus origina, quindi è tutto in divenire”, spiega Francesca Colavita, intervistata dall’agenzia Dire. Colavita, fa parte del team di donne, composto da Maria Rosa Capobianchi e Concetta Castilletti, che hanno isolato il nuovo Coronavirus in Italia.

“L’isolamento del Coronavirus era una cosa che volevamo fare e in tempi rapidi- ha aggiunto Colavita- perché era necessario. La preparazione è stata repentina e abbiamo cercato di fare tutto al meglio”. Francesca ha raccontato poi “l’emozione” di lavorare in un posto come l’Istituto Spallanzani: “È un’opportunità stimolante- ha detto-. In questi sei anni di impegno a 360 gradi ho potuto fare tantissima esperienza sia a Roma sia all’estero. E ogni volta che ci si trova di fronte a questi grandi eventi dietro c’è sempre tanto impegno, tanto lavoro e tanta fatica, ma ci sono anche tante emozioni. Ci sono difficoltà ma anche gioie, perché arrivare ad un risultato come questo è una soddisfazione sia personale sia professionale. Una soddisfazione per noi ma in generale per il Servizio sanitario nazionale e per la comunità scientifica internazionale”, ha concluso.

“ALLENATE PER FRONTEGGIARE EMERGENZA”

“Noi abbiamo un allenamento costante a fronteggiare l’emergenza. Siamo come una molla che si carica e lavora per essere carica, per poi essere rilasciata quando serve. Questo vuol dire che facciamo un continuo monitoraggio di quello che accade nel mondo e quando ci sono avvisaglie di qualcosa che sta venendo fuori, mettiamo in campo le nostre conoscenze, competenze e la nostra esperienza in ambito nazionale e internazionale”. Lo ha detto la direttrice del laboratorio di virologia dell’Istituto nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Maria Rosa Capobianchi, intervistata dall’agenzia Dire.

Capobianchi, fa parte del team di donne, composto da Concetta Castilletti e Francesca Colavita, che hanno isolato il nuovo Coronavirus in Italia. “A gennaio- ha raccontato la direttrice del laboratorio dello Spallanzani- è venuto fuori che forse c’era qualcosa di preoccupante, cioè un cluster di polmoniti. E gli scienziati cinesi, devo dire a tempo di record, hanno scoperto l’agente, ne hanno pubblicato la sequenza con trasparenza e tempi migliori rispetto a quelli che hanno caratterizzato la risposta alla SARS. Una volta pubblicata la sequenza, tutti i laboratori di punta si sono organizzati per cercare di mettere a punto i metodi, tra cui anche noi. Subito dopo l’Oms ha pubblicato un protocollo diagnostico e lo abbiamo adottato sui primi pazienti che arrivavano con sospetto all’Istituto. La prima diagnosi l’abbiamo fatta il 29 gennaio, quando sono arrivati i due turisti cinesi, e non nascondo che ci sono stati attimi di trepidazione: eravamo ad un’attività di formazione e divulgazione interna per un aggiornamento e ricordo che i vari laboratoristi si scambiavano cenni dicendo ‘il test è in corso!’. Poi punto è venuto fuori che era positivo…”.

A quel punto, ha raccontato Capobianchi, “ci siamo immediatamente attivati per mettere in piedi l’isolamento virale. Non è una pratica comune ma, quando ci sono i virus, bisogna avere il virus. La sequenza è stata resa disponibile fin dal 10 gennaio e quello è un dato importante, come la carta d’identità, perché si può usare per capire come confezionare il vestito a quel ricercato, ma non si può usare per capire le caratteristiche biologiche”. Ma non basta neppure isolare il virus, perché “quando c’è un adattamento del virus ad una nuova nicchia ecologica, in questo caso l’uomo- ha spiegato la ricercatrice- è importante capire qual è la variabilità, quindi bisogna confrontarsi tra i vari laboratori per capire se l’agente che stiamo guardando si modifica, perché poi dobbiamo adattare i metodi diagnostici e capire qual è il suo potenziale. È importante allora che nelle prime fasi più laboratori facciano più sequenze e isolamenti- ha concluso- e che si mettano in comune in banche dati. Noi lo abbiamo inserito già in tre circuiti”.

“PRECARIATO FA PARTE RICERCA”

“È un lavoro entusiasmante e sono felice di farlo. Sono stata anche io precaria a lungo, perché la ricerca è così. Ma con tanta determinazione e tanto desiderio si arriva a farlo”. Lo ha detto la ricercatrice dell’Istituto nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Concetta Castilletti, intervistata dall’agenzia Dire. Castilletti fa parte del team di donne, composto da Maria Rosa Capobianchi e Francesca Colavita, che hanno isolato il nuovo Coronavirus in Italia.

“È un lavoro di gruppo, ognuno mette su un mattoncino- ha proseguito- e tutto il laboratorio partecipa alla realizzazione dei test diagnostici e alle diagnosi di routine”. La virologia classica è quella che alla ricercatrice sta “più a cuore- ha raccontato- e da parte di tutti noi c’è la volontà di mantenerla attiva perché è fondamentale, come per esempio nel caso del Coronavirus. Ormai non si usa più nella routine diagnostica, ma noi cerchiamo di mantenere sempre attive le colture cellulari, anche confrontandoci con gli altri ricercatori, per cercare di dare sempre il meglio nel risultato. In questo caso eravamo da tempo pronti con le cellule che passavamo in continuazione, perché si dovevano mantenere in attiva replicazione per permettere al virus di crescere bene. Speravamo che il virus non arrivasse, ma c’era questa possibilità. Quindi abbiamo cercato di fare subito l’isolamento e abbiamo avuto dei risultati buoni. Ci abbiamo messo tutte le nostre capacità, ma devo dire anche che una buona dose di fortuna ci ha aiutato”, ha concluso Castilletti.

DIRETTRICE SPALLANZANI: PER FRANCESCA NON PARLEREI PRECARIATO…

“Ci sono forme di precariato che durano anni, dove le persone non hanno tutele. Ma nel caso di Francesca non parlerei di precariato”. Così la direttrice generale dell’Istituto nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Marta Branca, intervistata dall’agenzia Dire, ha voluto chiarire l’iter contrattuale di Francesca Colavita, la ricercatrice dello Spallanzani che, insieme a Maria Rosa Capobianchi e Concetta Castilletti, ha isolato il nuovo Coronavirus in Italia.

“Francesca è una ricercatrice molto giovane che è da noi da qualche anno- ha detto- si è laureata e specializzata facendo un tirocinio nei nostri laboratori. Come tanti altri ricercatori ha partecipato ad un avviso per una collaborazione continuativa su un progetto, poi le abbiamo fatto un avviso di contatto a tempo determinato”. Ma dal momento che Francesca voleva “giustamente stabilizzarsi”, ha spiegato ancora la direttrice generale dello Spallanzani, e “poiché per entrare nel pubblico impiego bisogna fare dei concorsi, lei ha approfittato del fatto che in un’altra azienda c’era un concorso. Per cui ha partecipato a questo concorso. Il suo desiderio era però di rimanere allo Spallanzani, quindi quando l’azienda di Campobasso ha scorso la graduatoria per prendere i biologi, lei ha optato per rimanere con noi. E noi stessi a novembre avevamo chiesto all’azienda di Campobasso di concederci la graduatoria per assumerla, come abbiamo fatto in moltissimi altri casi per altri ricercatori. L’azienda però purtroppo, avendo bisogno di biologici, non ci ha dato subito la possibilità di assumerla. Ma poi in questa occasione si è dimostrato il fatto che Francesca è molto più vocata alla ricerca piuttosto che a lavorare in un’azienda ospedaliera. Alla fine ci hanno concesso la graduatoria e l’abbiamo assunta”, ha concluso Branca.

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18 Febbraio 2020
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