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Rigopiano, a 4 anni dalla tragedia il ricordo dei familiari

Oggi Rigopiano e l'Abruzzo piangono ancora una volta le 29 vittime di una tragedia che, probabilmente, poteva e doveva essere evitata
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L’AQUILA – Quattro anni dopo l’incredulità è la stessa. Soprattutto, ad essere identico, è il dolore. Ancora una volta il silenzio avvolge Rigopiano. Una cerimonia sobria, la fiaccolata e lo stesso identico silenzio, rotto dai singhiozzi di chi, da quattro anni, piange la scomparsa di un figlio, di un padre, una madre, un fratello o un amico. Sono i familiari delle 29 vittime dell’Hotel Rigopiano, spazzato via il 18 gennaio 2017 da una terribile e inimmaginabile valanga che, prendendosi le loro vite, ha aperto una ferita mai rimarginata nella montagna, ma soprattutto nel cuore di tutto l’Abruzzo.

Sono le 18.20 quando in Prefettura arriva la telefonata: ‘Sono Quintino Marcella, l’hotel Rigopiano è crollato’. Il cuoco di Silvi, contattato da un suo dipendente miracolosamente salvatosi dalla tragedia e allo stesso tempo testimone impotente di un evento che segnerà la sua e la vita di molti, non viene creduto e da qui inizia una storia fatta di errori, mancanze e depistaggi oggetto oggi di un procedimento che ha raccolto, in uno solo, i due filoni d’inchiesta aperti sulla vicenda. Un procedimento che, però, fatica ad avviarsi: il 5 marzo si tornerà infatti ancora una volta davanti al Gup di Pescara Gianluca Sarandrea. Un’inchiesta chiamata anche a far luce sul presunto depistaggio in riferimento alla telefonata di Gabriele D’Angelo, cameriere 29enne dell’Hotel Rigopiano che lì ha perso la vita, alla Prefettura di Pescara cinque ore prima. Duecentoventi secondi per chiedere di sgomberare la strada provinciale bloccata dalla neve e permettere a chi si trova nell’hotel di tornare a valle. Duecentoventi secondi scomparsi dai brogliacci consegnati alla Procura. I soccorsi alla fine partono. Nessuno sa bene cosa sia davvero successo. Nessuno si aspetta l’inferno di ghiaccio che si troverà davanti.
Le guide alpine sono costrette a procedere con gli sci verso l’hotel. E’ buio, la strada impervia, la bufera imperversa e il freddo è glaciale. Ci vogliono ore per arrivare e rendersi conto che è proprio così, l’hotel non c’è più. Difficile per loro orientarsi perché oltre ad essere stato sommerso dalla valanga, l’edificio è stato spostato molti metri più a valle.

Per ore i sopravvissuti restano sotto le macerie. Per giorni vi restano i corpi di chi, a quel dramma, non è scampato. Si grida al miracolo quando tutti i bambini ospiti dell’hotel vengono ritrovati vivi. La speranza si accende nel cuore di tutti gli abruzzesi e degli italiani incollati davanti alla televisione ad assistere ad uno scenario così da drammatico da sembrare irreale. Ma le ore passano e la speranza lascia il posto alla consapevolezza che da lì molti non usciranno vivi. Sono 29, tra ospiti e soprattutto dipendenti, compreso il titolare dell’hotel, quelli che a casa non sono mai tornati. Ventinove vite spezzate, ventinove volti che, ancora una volta, oggi, sono stampati sullo striscione portato dai familiari su quel pezzo di montagna squarciato da una ferita che continua a sanguinare.

Mai più“: questo c’è scritto. Dopo quattro anni sembra che i primi indennizzi ai familiari arriveranno, ma la giustizia fatica a dare risposte. Trenta indagati, compresa una società, e quattro anni per trovarsi ancora nella fase preliminare del procedimento che deve far luce su quei pochi secondi che hanno cambiato la vita di chi, oggi, vuole una sola e unica risposta: come è potuto accadere. Al centro del dibattito è finita, nelle ultime settimane, anche la perizia dell’università d’Annunzio secondo cui la connessione tra terremoto e valanga è stata la causa di quanto avvenuto. Ma è sul perché la strada non fosse stata sgomberata, sul perché l’hotel non fosse stato evacuato che i parenti delle vittime vogliono chiarezza ed, eventualmente, condanne se responsabilità saranno accertate. Oggi, però, è il giorno di un dolore incolmabile, del ricordo di chi non c’è più, delle vite spazzate via, dei sogni traditi, degli abbracci e dei sorrisi mancati. Oggi Rigopiano e l’Abruzzo piangono ancora una volta le 29 vittime di una tragedia che, probabilmente, poteva e doveva essere evitata.

MARSILIO: “GIORNO DEL RICORDO E NON DELLE POLEMICHE”

“Oggi non è il giorno per sollevare le polemiche. Oggi ricordiamo le vittime e testimoniamo la vicinanza delle istituzioni alle loro famiglie e ai sopravvissuti”. Così il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, che nel pomeriggio si è recato a Rigopiano per partecipare alla cerimonia, svoltasi in forma privata, per la commemorazione delle 29 vittime della tragedia del 18 gennaio 2017. Presenti anche l’assessore regionale all’Ambiente Nicola Campitelli, il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri e il direttore regionale della Protezione Civile Mauro Casinghini. “Speriamo che una tragedia del genere non accada mai più e stiamo lavorando in tale senso. In particolare, nelle prossime settimane – ha detto Marsilio – concluderemo finalmente il lunghissimo iter della carta valanghe che è uno dei presupposti per evitare che sul territorio possano accadere disgrazie in maniera improvvisa e imprevedibile. Speriamo che dal prossimo anno si possa commemorare, come accaduto negli anni passati, anche con la partecipazione dei tanti amici e delle tante persone. E’ una tragedia che – ha concluso Marsilio – non ha colpito solo i diretti interessati e le loro famiglie, ma un’intera comunità, quella abruzzese”.

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