Covid-19 e vitamina D: con bassi livelli più rischio complicanze

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Così uno studio del gruppo di ricerca della Unità operativa complessa di Pediatria degli Ospedali Riuniti Stabiesi
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ROMA – “Si stanno accumulando evidenze che bassi livelli sierici di vitamina D siano collegati a un maggior rischio di infezione da Sars-CoV-2, di occorrenza di complicanze e di mortalità“. Lo afferma Tommaso Cozzolino, membro del gruppo di ricerca della Unità operativa complessa di Pediatria degli Ospedali Riuniti Stabiesi, diretta dal dottor Luigi Tarallo. L’equipe ha condotto una ampia review degli studi disponibili, la relazione tra Covid-19 e carenza di vitamina D, partendo dalla disamina delle numerose funzioni del colecalciferolo nell’organismo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull’ultimo numero del 2020 della Rivista italiana di medicina dell’adolescenza (Rima), edita da Scripta Manent, della Società italiana di medicina dell’adolescenza (Sima). C’è un sempre maggior interesse nella comunità scientifica internazionale per il legame tra vitamina D e Covid-19, si legge su Rima, sia nella prevenzione che nella terapia, in virtù delle proprietà di questa vitamina di modulazione della risposta immunitaria, contrasto alla tempesta citochinica, protezione e riparazione del danno polmonare acuto. A ribadirlo è in questi giorni la società scientifica Sis-118, che ha riportato la sua esperienza su centinaia di casi.

“Ad oggi- spiega Marialuisa D’Arco– è possibile reperire su PubMed oltre 300 lavori sul legame tra Covid-19 e vitamina D, sia come studi retrospettivi sia come metanalisi. Data la sicurezza dell’integrazione giornaliera con dosi moderate di vitamina D, sembra ragionevole proporne l’uso”.
La carenza dell’ormone è diffusa nella “popolazione mondiale e l’Italia- commenta Carlo Alfaro, primo autore della ricerca- è uno dei Paesi (assieme a Spagna e Grecia) con maggiore prevalenza di ipovitaminosi D, particolarmente nei bambini e negli adolescenti, soprattutto nei mesi invernali, o in fasce a rischio peculiare come obesi, malati cronici, soggetti vegani”.
“La correlazione fra ipovitaminosi D e aumento della suscettibilità alle infezioni o maggior gravità del loro decorso è ben documentata da numerosi studi- aggiunge Emma Acampora, membro dell’equipe- supportando l’utilità di una supplementazione di vitamina D allo scopo di ridurre incidenza e gravità delle malattie infettive, in particolare delle virosi respiratorie invernali”.

“I diversi meccanismi proposti per le proprietà anti-infettive, antinfiammatorie e immunomodulatorie della vitamina D- precisa Alfaro- sono verosimilmente applicabili anche al suo ruolo nel Covid-19, dall’antagonismo alla replicazione virale al mantenimento dell’integrità degli epiteli, all’espressione di polipeptidi ad attività immunitaria, quali catelicidina e beta-defensine, al controllo della produzione di citochine proinfiammatorie, al potenziamento dell’interferone tipo I. Nel Covid-19– prosegue il ricercatore- la vitamina D interverrebbe sia in supporto dell’immunità innata che di quella adattativa, in particolare sul livello di cellule T-reg, oltre a proteggere la funzione endoteliale nei confronti del rischio trombotico e ad esercitare effetti neutrofici”. Gli autori concludono dunque, si legge su Rima, che gli studi al momento indicano di garantire livelli adeguati di vitamina D nel Covid-19, come nella popolazione in generale, ricorrendo alla supplementazione farmacologica in caso di carenza comprovata, non essendoci ancora prove sufficienti a consigliarne un uso standardizzato nei protocolli di prevenzione o cura.

La ricerca degli studiosi stabiesi esce inoltre in concomitanza con la costituzione da parte dell’Accademia di Medicina di Torino di un gruppo di lavoro sul tema della vitamina D nella prevenzione e nel trattamento del Covid-19, che ha elaborato un documento – inviato alle autorità sanitarie nazionali e regionali – che riporta sinteticamente le più recenti e convincenti evidenze scientifiche sugli effetti positivi della vitamina D, sia nella prevenzione che nel trattamento del Covid-19.

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