VIDEO | Pma, l’esperta: “Su 100mila embrioni solo 9mila nascono”


ROMA – “Su 100mila embrioni solo 9mila nascono. Si assiste a uno spreco del 91% di embrioni che muoiono e il passaggio più delicato va dallo scongelamento all’inserimento in utero: il 40% degli embrioni muore, infatti, in fase di scongelamento. Ora gli studi puntano a capire cosa succede in questa fase, perché è lì che si determinano anche le mutazioni cromosomiche”. Lo fa sapere Magda di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva e responsabile del servizio terapie dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) al corso Ecm sulla ‘Procreazione assistita: il bambino al centro‘, promosso con i pediatri della Sispe e della Sip oggi a Roma. 

“L’avanzamento della tecnologia non è stato accompagnato da adeguate riflessioni di ordine bioetico. Siamo stati sopravanzati da dati che ancora oggi non siamo abituati a gestire- continua Di Renzo- ma abbiamo il dovere di capire e non di demonizzare questo argomento, di cui è ancora molto difficile parlare”. Nessun allarme, quindi, dal mondo della Psicologia, ma “l’obbligo etico di affrontare questi temi per proteggere i bambini e continuare a garantire loro un’adeguata evoluzione. Nella nostra posizione di cura dobbiamo dare risposte e non aprire angosce”, chiarisce l’esperta. 

Quello che emerge oggi è che “la maternità non viene declinata nella dimensione affettivo corporea”, come si possono allora accompagnare i futuri genitori nei percorsi di procreazione medicalmente assistita? “Difatti non è ancora obbligatoria in Italia la presenza dello psicologo nei percorsi di procreazione assistita. Tuttavia, se l’infertilità è un lutto- sottolinea la terapeuta- la Pma si è posta come una riparazione immediata e non ha permesso alle donne di accedere al dolore. Questa sofferenza però non scompare, rimane dentro come una ferita non elaborata ed è molto probabile che alla quarta stimolazione ovarica, ad esempio, ci sia una risposta emotiva molto forte da parte delle donne”. La nostra psiche, aggiunge Di Renzo, “ha un effetto determinante sulla nostra biologia. Da uno studio italiano condotto da Franco Baldoni, professore della Facoltà di Psicologia dell’Università di Bologna, sull’attaccamento e la presenza dei padri nella Pma, è emerso che “laddove i padri avevano avuto una tenuta psichica adeguata, le difficoltà somatiche nelle donne erano state quasi inesistenti. Laddove, invece, i padri avevano vissuto situazioni di ansia, le madri avevano sperimentato numerosi difficoltà somatiche”. 

In Francia è nata, infatti, la psicopatologia del concepimento che inizia a studiare la vita psichica già dalla fase embrionale, perché si sono aperti molteplici scenari psichici. “L’embrioriduzione è, ad esempio, un’operazione psicologicamente drammatica per le donne. Un aspetto studiato dalla scuola francese- ricorda la psicoanalista- è proprio la ‘sindrome del sopravvissuto’, che vede la madre considerare l’embrione sacrificato come l’eroe che si è appunto ‘sacrificato’ per gli altri. Quindi gli altri vivranno nella sua ombra e tale dinamica si ripercuoterà nella relazione, con il rischio di una difficoltà nell’attaccamento nei bambini nati“.

Anche la nascita pretermine pone da un punto di vista psichico un problema, soprattutto tra il settimo e l’ottavo mese di gravidanza. “Nella costruzione dell’immagine interna del figlio, che parte nella mamma e poi prosegue nella coppia genitoriale, ci sono tutta una serie di fasi: dal figlio fantasmatico e idealizzato a un ridimensionamento di questa fantasia a partire dal settimo mese. Se la nascita interverrà nei mesi prima del ridimensionamento, sarà vissuta come un momento traumatico”. Ma le situazioni complesse non finiscono qui. “Da uno stesso gruppo di embrioni possono nascere bambini in momenti diversi: è la sindrome del falso gemello asincrono– cita la psicoterapeuta dell’età evolutiva- fatto che crea una dissonanza psichica”. 

Infine con l’età avanzata dei genitori che approcciano alla Pma (legalmente il limite è entro i 45 anni), “si verifica spesso nei bambini l’angoscia che il genitore anziano possa morire. Sono comunque bambini più vulnerabili, con genitori più anziani e con minori possibilità di socializzare”. Di Renzo conclude con l’annosa questione delle narrazioni: “Dobbiamo dire o non dire che un bambino è nato da un altro ovocita? Nel caso della donazione di ovocita- termina la terapeuta- riscontriamo una grande difficoltà delle mamme a dire di averlo ricevuto”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Guarda anche:

18 Gennaio 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»