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VIDEO | Fecondazione assistita, l’appello del Sispe: “Fate i figli prima dei 35 anni”


di Camilla Folena

ROMA – La procreazione medicalmente assistita (Pma) continua a crescere, tanto in termini di tecniche quanto in termini di percentuali. Se al 2005 rappresentava solo lo 0,7%, al 2017 rappresenta il 3% delle nascite complessive. Le stime indicano che circa 2 bambini su 10 nascono con Pma. È questa la fotografia scattata dal Registro nazionale sulla Pma a cura dell’Istituto superiore di sanità (Iss). 

Si aggiunga che l’età media in cui le donne rimangono incinta in Italia è di 35 anni: “Dal punto di vista medico l’appello, dunque, è quello di fare figli assolutamente prima dei 35 anni, età in cui la fertilità è già notevolmente calata. I figli andrebbero fatti in età giovanile, senza superare i limiti“. A dirlo è Teresa Mazzone, presidente del Sindacato italiano degli specialisti pediatri (Sispe), durante il corso ECM, svoltosi questa mattina a Roma, ‘Procreazione medicalmente assistita: il bambino al centro‘, organizzato dal Sispe con l’Istituto di Ortofonologia (IdO), e il patrocinio della Società italiana di pediatria (Sip). 

Il messaggio, a detta della pediatra, è che “le tecniche di fecondazione assistita garantiscono senza dubbio sempre maggiori risultati in termini di gravidanze e di nascite, oltre che di sicurezza delle tecniche in sé”, ma sarebbe bene “limitarle ai casi in cui c’è veramente necessità– spiega Mazzone alla Dire- come con le coppie subfertili e con quelle che hanno problemi di altro tipo e natura”. 

Le stime proposte durante il corso indicano poi che dal 2005 al 2015 il numero dei cicli effettuati è cresciuto di oltre il 48%, nonostante siano rimasti invariati i centri partecipanti. Inoltre, fino a 10 anni fa solo il 10-15% delle Pma risultavano poi in gravidanze reali, ma le percentuali ad oggi sembrano salite fino al 40% circa, con possibilità di successo che variano però a seconda dell’età della donna. 

Le evidenze scientifiche nel mondo sono diversificate ma sul tema nessuna può essere considerata esaustiva. “Tutti quanti i lavori presi in considerazione questa mattina- spiega infatti la presidente Sispe- hanno evidenziato dei rischi un po’ più alti per alcune problematiche, ma per tutti le conclusioni sono le stesse. Non si sa”, precisa Mazzone, quanto le evidenze problematiche emerse “siano riconducibili alla tecnica utilizzata per la Pma e quanto, invece, siano dovute a fattori quali l’età della madre, sempre più avanzata, o a problemi quali la subfertilità o infertilità vera e propria della coppia”.

 I dati riguardanti le percentuali di successo di gravidanza portata avanti con Pma, però, forniscono un’indicazione a riguardo. Una donna tra i 30 e i 35 anni ha una possibilità di successo di circa il 40-50% nei casi di fecondazione eterologa. Dai 38 anni, invece, questa cala verso una fascia tra il 12 e l’8% fino a toccare lo 0 percentuale con le donne over43. Dalle evidenze raccolte sul territorio della Penisola, inoltre, ciò che emerge è come le donne italiane siano quelle che si rivolgono ai centri per Pma con l’età più elevata d’Europa: hanno in media circa 37 anni. E le italiane che tentano la strada della fecondazione assistita passata la soglia dei 40 sono addirittura il 35%. Durante il corso, poi, lo stuolo di pediatri ha preso in considerazione la tematica relativa “agli outcome tardivi che riguardano prevalentemente lo sviluppo neurocognitivo: disturbi del comportamenti, del linguaggio, deficit di attenzione, iperattività e disturbi dello spettro autistico”. 

L’obiettivo della mattinata, illustra Mazzone, “è conoscere i possibili rischi collegati a queste metodiche. Difatti è il principale dovere del pediatra: essere consapevole dei rischi, valutare il bambino con attenzione e intervenire precocemente, perché ad alcune di queste criticità giovano moltissimo una diagnosi e un intervento riabilitativo precoce. Ci sono anche dati- ricorda la presidente Sispe- sui giovani adulti nati da Pma che hanno dimostrato, ad esempio, maggiori problemi relativi all’ansia e all’assunzione di bevande alcoliche rispetto ai nati naturalmente. Però anche qui- conclude- non è ancora dato conoscere la reale natura del nesso causale”.

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18 Gennaio 2020
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