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La Tunisia torna in piazza contro il nuovo regime: “La Ue se ne frega”

kais saied tunisia
La Tunisia torna a manifestare nell'anniversario della rivoluzione, a undici anni dalla fine del regime di Ben Ali
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ROMA – “A undici anni dalla fine del regime di Ben Ali, in Tunisia ci troviamo con un altro dittatore, e l’Unione europea non sta facendo nulla per fermarlo, anzi, con il suo silenzio lo ha ‘approvato’. Se a Bruxelles Kais Saied fa comodo, l’Ue smetta di occuparsi dei nostri affari perché il modello di democrazia che propone non è quello che vogliamo noi. A Tunisi, nell’anniversario della rivoluzione, la gente oggi scenderà in piazza per denunciare tutto questo”. Così all’agenzia Dire Majdi Karbai, deputato tunisino residente in Italia, eletto alle ultime legislative col Partito socialdemocratico ed ecologico (Attayar).

L’intervista giunge nel giorno in cui la Tunisia ricorda l’inizio delle proteste popolari che portarono alla fine del governo guidato da Zine El Abidine Ben Ali: il 17 dicembre del 2010 un giovane ambulante, Mohamed Bouazizi, si dette fuoco perché esasperato dalla disoccupazione, dalle ingiustizie commesse dalle forze dell’ordine e dall’assenza di prospettive. Quel suo gesto incoraggiò la gente a protestare in Tunisia ma anche in altri paesi arabi contro i rispettivi governanti.

Lo scorso 25 luglio in Tunisia si è consumato un nuovo colpo di Stato” denuncia Karbai, che ha studiato in Italia e qui ha la sua famiglia ma, avverte, da quel giorno non è più tornato nel suo Paese di origine. “Su molti deputati pesa un mandato di cattura del tribunale militare” denuncia. “Kais Saied sta distruggendo i traguardi democratici faticosamente conquistati in questi 11 anni con dei pretesti e mentendo sul fatto che la legge gli consenta queste riforme. E l’Europa gli crede”. Lunedì scorso, in un discorso televisivo, Saied ha annunciato che i lavori parlamentari resteranno bloccati per un altro anno e che il referendum per modificare la Costituzione e la legge elettorale si terrà il 25 luglio 2022, preceduto da consultazioni popolari online, mentre le elezioni generali si svolgeranno il 17 dicembre successivo. Entrambe sono date significative per il movimento democratico tunisino.

Come evidenzia un’analisi dell’Istituto Carnegie, dopo il 25 luglio l’Unione europea si è dimostrata reticente nel definire l’azione di Saied come un colpo di stato, mentre il tema della crisi tunisina non è entrato nelle agende delle istituzioni europee. Continua Karbai: “A questo punto mi chiedo: per l’Ue la Tunisia è ancora un Paese sicuro? Qualcuno a Bruxelles si è domandato chi deterrà il potere durante questi 12 mesi di blocco istituzionale? E chi organizzerà le elezioni online, assicurandosi che si svolgeranno in modo legale e trasparente? La Tunisia non ha un’infrastruttura digitale così solida. I blackout di internet sono frequenti. Inoltre come fa Saied ad aver fissato già la data delle elezioni generali senza sapere l’esito del referendum sulla riforma della Costituzione del 2014?” La tesi del deputato è che “all’Europa questo politico fa comodo, perché il blocco delle partenze dei migranti verso l’Europa e i rimpatri verso la Tunisia stanno aumentando insieme agli accordi commerciali”.

Questo avviene mentre nel Paese “la situazione sociale ed economica peggiora. Saied inoltre non parla né coi partiti, con i media. Non tiene conferenze stampa e nessuno può intervistare i ministri. Per organizzare i cortei di oggi a Tunisi, la polizia ci ha dato un’area perimetrata che sarà transennata e sono certo che impediranno ad alcune persone di accedere. Ma una manifestazione popolare non è una discoteca, con un buttafuori che decide chi è autorizzato ad entrare e chi no”. Con la capitale blindata dalla presenza dei militari, per il deputato “il rischio di disordini e scontri è reale, anche se i cittadini vogliono marciare pacificamente“.

Karbai in Italia sta seguendo la vicenda di Wissam Ben Abdelatif, il migrante tunisino di 26 anni morto in circostanze ancora da chiarire all’Ospedale ‘San Camillo’ di Roma dopo un periodo trascorso in un Centro per il rimpatrio (Cpr). “Ho cercato di entrare in quel Centro per parlare coi ragazzi che hanno visto Abdelatif per l’ultima volta ma non me lo hanno permesso” riferisce il deputato. “Se in Italia, un paese democratico, negano un tale diritto a un parlamentare tunisino, è facile immaginare quanti altri diritti l’Unione europea può negare ai tunisini nel loro Paese”.

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