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Calcio e stadi “socchiusi”, la grande industria del ‘chiagni e fotti’

calcio stadio brasile
Secondo il Comitato tecnico-scientifico, i club disinnescano la ratio delle restrizioni sulla capienza. Ma la Lega Serie A chiede ancora più aperture: "Siamo una grande industria"
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ROMA – Il Comitato tecnico-scientifico, il famigerato Cts, già a metà settembre, quando ancora gli stadi italiani erano aperti al 50%, metteva a verbale che “dalla osservazione del fenomeno, ad esempio dalle immagini televisive delle partite di calcio, emerge che sia stata data un’interpretazione potenzialmente elusiva della regola che limita la presenza al 50% degli spettatori“. Che di per sé è un’analisi poco tecnico-scientifica, persino empirica: basta guardare la tv, dice il Governo. È palese che il calcio trucchi un po’ le carte: chiude un settore qua, uno là, e riempie altrove, di fatto disinnescando la ratio delle restrizioni.

Nel frattempo il calcio non solo nicchiava, ma si lasciava andare ad una perpetuata litania vittimistica: la politica ci odia, ce l’ha con noi, ci affamano. È di stamattina un’intervista del Sole 24 Ore a Luigi De Siervo, nella quale l’amministratore delegato della Serie A arringa: “I nostri politici sono i primi a cercare l’esposizione mediatica che il calcio garantisce ma poi hanno posizioni irrazionali, ipocrite, pavide, e complici”. Complici – chiarisce – “della malavita organizzata quando non consentono di bloccare, in tempo reale, le trasmissioni pirata delle nostre partite”. Uno sfogo che giunge al termine di un mese di altre reprimende, in combinazione col presidente della Lega Paolo Dal Pino. Tutte con lo stesso copione: “Siamo una grande industria del Paese, trattateci come tali“. E non come bambini di quinta elementare, che – fatta la legge trovato l’inganno – sporzionano gli stadi “socchiusi” come non dovrebbero, e poi lamentano d’essere odiati.

Va da sé che la rilevanza stessa della “grande industria” calcio viene gonfiata urlando numeri senza contesto: il “motore del Pil” che la Serie A contrabbanda vale circa 4 miliardi l’anno. Più o meno quanto l’editoria libraria sempre in crisi – faceva notare il Foglio Sportivo qualche giorno fa – meno dell’industria dei macchinari per il packaging, che nel 2019 ha raggiunto quota 8 miliardi, dell’industria del vino che vale 11 miliardi o del “settore” droghe tutte, che per l’Istat vale 13 miliardi. “L’Eni da sola – scrive il Foglio – ha fatturato 27 miliardi nel 2020, nessun club di calcio nel nostro Paese ha mai varcato la soglia dei 600 milioni”. E, per giunta, “imbroglia”.

Al netto della fuffa, a questo punto vale il messaggio, la funzione pedagogica delle scelte di governo. L’ha ribadito anche Valentina Vezzali: “Nel momento in cui la curva dei contagi sta salendo, non bisogna dare il messaggio che va tutto bene e che possiamo aprire tutto, ma dobbiamo dare il messaggio che ancora il nostro comportamento incide sulla salute degli altri. Quindi in questo momento non credo che sia giusto parlare di aumento delle capienze“, ha detto la sottosegretaria allo Sport. Qual è il messaggio che dà la “grande industria” calcio beccata ad aggirare le regole del governo a cui chiede una mano?

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