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VIDEO | Epatite C, in Emilia Romagna stanziati 6 milioni di euro per il biennio 2021/22

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"Delle circa 40mila persone trattate almeno 100mila non sanno ancora di avere il virus Hcv", rende noto nell'ambito del progetto Hand il direttore della UOC di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva della AUSL di Imola
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IMOLA – “Le stime parlano di circa 40mila persone trattate in Emilia Romagna, ma forse almeno 100mila non sanno ancora di avere l’epatite C. E proprio per questo gruppo specifico di pazienti, per andarli a ‘trovare’, sono stati stanziati fondi che ammontano all’incirca a 2milioni e 500mila euro per l’anno in corso e a 3 milioni e 500mila euro per l’anno prossimo”. A farlo sapere il professor Pietro Fusaroli, direttore della UOC di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva presso la AUSL di Imola, in occasione del corso di formazione ECM sulla gestione dei tossicodipendenti con epatite C, organizzato dal provider Letscom E3 con il contributo non condizionante di AbbVie. Il corso, dal titolo ‘L’infezione da Hcv a Imola: risultati ottenuti e sfide future’, rientra nell’ambito di ‘Hand – Hepatitis in Addiction Network Delivery’, il progetto di networking a livello nazionale patrocinato da quattro società scientifiche (SIMIT, FeDerSerD, SIPaD e SITD) che dal 2019 coinvolge i Servizi per le Dipendenze e i Centri di cura per l’HCV afferenti a diverse città italiane.

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“Parliamo di una iniziativa che prende piede sulla scorta di cinque o sei anni di notevoli successi terapeutici- ha proseguito- e parliamo di farmaci innovativi che hanno consentito di avere praticamente quasi il 100% di efficacia nel sparire l’epatite C nei pazienti che ne sono affetti”. Nei primi anni è stata quindi garantita una “abbondante fornitura di fondi proprio perché si trattava di farmaci innovativi, ora- ha detto- stiamo entrando in una seconda fase del progetto in cui i pazienti conosciuti sono stati già tutti i trattati, ma si ritiene che ce ne siano altrettanti, se non addirittura di più”.

Ma i Ser.D. dell’Emilia Romagna sono pronti a recepire il piano di eradicazione dell’epatite C? Ed esiste già un tavolo tecnico?

“Il tavolo tecnico esiste- ha fatto sapere il professor Fusaroli- fa capo alla Regione e si compone di molti esperti, tra cui epatologi che trattano l’epatite C da diversi anni. Sostanzialmente si tratta dello stesso tavolo che in passato si era occupato della gestione dei fondi per i farmaci per curare l’epatite C. Quando questi farmaci uscirono sul mercato erano molto costosi, per cui nelle prime fasi si doveva decidere oculatamente a chi riservare i primi trattamenti; poi, fortunatamente, i costi sono calati e si è potuto trattare tutti coloro che sono infetti. Ora il tavolo tecnico ha ricevuto questi ulteriori finanziamenti, destinati prevalentemente alla pubblicità di questa campagna di screening e all’acquisizione di test rapidi per fare la diagnosi in pochi minuti. Si è quindi deciso di rivolgersi ai Ser.D. perché si ritiene che in questi centri possano gravitare numerosi pazienti infetti, dal momento che i Servizi ricevono persone affette da dipendenze di vario tipo, che possono avere l’epatite C ma non esserne ancora a conoscenza. Da quel che mi risulta in Emilia-Romagna hanno aderito in questa prima fase, oltre al Ser.D. di Imola, anche quello di Modena, Ferrara e Piacenza”.

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A partecipare al corso anche il dottor Stefano Gardenghi, direttore della UOC Dipendenze Patologiche presso la AUSL di Imola, che si è detto soddisfatto dei fondi messi a disposizione: “Siamo molto soddisfatti della possibilità di poter effettuare gli screening gratuitamente su un target di utenti storicamente di difficile aggancio. Per noi avere questa possibilità- ha commentato- è già un grande passo in avanti. Effettuare screening immediati, senza costi, senza prenotazioni e senza nessun tipo di ostacolo è infatti molto importante, perché gli utenti che afferiscono alle dipendenze patologiche generalmente non hanno molta attenzione alla loro salute fisica; quindi avere la possibilità di intercettarli quando vengono per esempio a ritirare le terapie, a fare un colloquio oppure counseling in sede ma anche in prossimità, cioè nei Servizi o negli ambulatori, è una grande occasione, perché quasi mai nessuno rifiuta questo semplice intervento”.

Più “difficile”, secondo Gardenghi, resta la possibilità di inserire queste persone in un “circuito terapeutico una volta trovate delle positività; questo aspetto andrebbe migliorato- ha sottolineato- perché i nostri utenti vanno seguiti in tutte le loro tappe. Ma ribadisco: avere dei fondi a disposizione è già una grande cosa”. Nei mesi di luglio e agosto, ha fatto poi sapere il dottor Gardenghi, “abbiamo intercettato 79 utenti, di cui 8 sono risultati positivi allo screening. In autunno ricominceremo ad intercettare le persone, cercando di portarle nei Ser.D. e proponendogli di effettuare i test rapidi, che penso verranno ‘accettati’ in buone percentuali, anche se magari non così alte come capita tra gli utenti che già afferiscono al Ser.D.”.

Secondo Fusaroli il dato fornito dal dottor Gardenghi è “un’anteprima assoluta ed è di grande valore: 8 test positivi su 79 somministrati, quindi con una prevalenza del 10%, è un’informazione che nessuno di noi aveva. Prima c’erano solo delle stime- ha commentato- mentre questo dato appare veramente interessante, per certi versi inaspettato, e dà l’idea dell’importanza di questa campagna e della ottima destinazione fatta dei fondi”. 

In conclusione, Gardenghi ha raccontato la sua esperienza sul campo, tra punti di forza e di debolezza: “Lo screening rientra a tutto tondo negli interventi di riduzione del danno e del rischio che da sempre facciamo. Il nostro Ser.D. è aperto dal 1990 e in quegli anni- ha spiegato- la riduzione del danno era mirata soprattutto agli utenti HIV positivi, avendo i 2/3 dell’utenza sieropositiva. All’epoca, all’interno del Servizio, avevamo l’infettivologo e c’era un’assistenza molto mirata sulla problematica infettivologica; poi, negli anni, questo professionista si è ‘spostato’ e non l’hanno più reintegrato, rappresentando ora un punto di debolezza. A fare analisi e screening sono rimasti soltanto gli psichiatri e l’attenzione è un po’ sfuggita, non è più stata capillare come un tempo”.

Quindi avere adesso questa nuova possibilità “ci permette di tornare al nostro ‘cavallo di battaglia’, cioè alla riduzione del danno– ha sottolineato Gardenghi- che è molto importante. Oggi per fortuna l’HIV è diminuito, ma le epatiti ci sono per qualsiasi tipo di consumatore, non soltanto per quello di eroina o per la persona che ‘si buca’, ma sappiamo per esempio che anche gli alcolisti possono essere più a rischio, dal momento che il consumo dell’alcol disinibisce e possono esserci rapporti sessuali più facilitati. Una cosa importante è che noi oggi andiamo nei luoghi di aggregazione per cercare di intercettare gli utenti e negli ultimi anni abbiamo potenziato molto questo tipo di intervento; per cui siamo noi ad andare direttamente alla ricerca di questa utenza, cercando di ‘agganciarla’ con operatori specializzati”. Il punto debole, infine, era la “carenza di medici internisti e infettivologi, che però ora supereremo in parte con questo tipo di strategia”, ha concluso l’esperto. 

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