Procreazione medicalmente assistita, la ginecologa: “Donne non seguite a rischio depressione post partum”

'Speciale donne e salute', Cavaliere: "La gravidanza è spesso costellata da mille paure"
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ROMA – Sono ben 13.973 i bambini nati nel nostro Paese da procreazione medicalmente assistita (Pma), secondo i dati 2019 diffusi dal ministero della Salute. Numeri considerevoli, così come l’età della donna che si sottopone per la prima volta a queste tecniche. Il decorso della gravidanza da Pma e i rischi per il nascituro sono gli stessi per queste donne oppure sono maggiori? A fugare i mille dubbi che spesso travolgono le donne che intraprendono questi percorsi è Anna Franca Cavaliere, ginecologa del Policlinico A. Gemelli di Roma, intervistata dall’agenzia di stampa Dire.

– Come arriva una donna che ha sostenuto un percorso di Pma al parto? Corre qualche rischio in più?

“La donna che ha avuto delle difficoltà e ha intrapreso un percorso di procreazione medicalmente assistita e ha ottenuto una gravidanza- afferma la ginecologa- inevitabilmente è colta da mille paure. Per questo il suo arrivo in sala parto va tutelato. Non parlo solo del momento del travaglio, così da garantire che non vi sia alcuna deviazione dalla fisiologia di questo momento, ma affinché abbia fiducia nel suo corpo e sia cosciente che è in ‘grado’ di partorire un bimbo”.

– In che modo queste mamme vivono la gravidanza?

“Direi che spesso le neomamme che si sono sottoposte a Pma hanno una gravidanza essenzialmente costellata di paura. Spesso rivivono i momenti in cui quel test di gravidanza non era mai positivo, o magari quella stessa donna ha vissuto una serie di aborti. Insomma sono donne che hanno bisogno di maggiori rassicurazioni. Credo che un buon medico debba entrare in empatia con queste donne, capirne le esigenze. In coppia poi occorre affrontare il discorso relativo ai rischi legati alle gravidanze ottenute con le tecniche di fecondazione assistita, che indirizzano i futuri genitori a compiere delle scelte. Ciò comporta un lavoro d’equipe multidisciplinare. In questo lavoro, il ginecologo ha bisogno della figura dello psicologo per entrare in contatto con l’animo della donna, che rappresenta il 50% della maternità. Le mamme vanno seguite anche dopo il parto, quando ormai sono tornate a casa con il bambino”, aggiunge Cavaliere.

– Una donna che ha avuto un bebè con la Pma ma non è stata seguita può correre dei rischi?

“Parliamo in questo caso di una donna che ha ottenuto la maternità ma che non ha metabolizzato il percorso che ha vissuto. Si, ritengo che questa donna sia maggiormente a rischio di depressione post-partum. È un fenomeno che non deve essere trascurato, la mortalitàlità materna in Italia è occupata al quarto posto dai sudici, che sono il 12% delle cause di mortalità materna. Considerando poi che i parti all’anno in Italia oscillano tra i 450mila e i 500mila, il 12% di queste morti non è un evento trascurabile. Non possiamo far sentire queste donne sole, abbiamo la responsabilità di supportarle nel quarto trimestre di gravidanza- conclude- meglio conosciuto come il post partum”.

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17 Settembre 2019
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