Consulenza tecnica d’ufficio, parola agli esperti: “Sulla violenza di genere c’è occultamento”

La violenza di genere troppo spesso "non viene presa in esame nelle Consulenze tecniche d'ufficio (Ctu)", nominate dal giudice in sede di processo civile nei casi di separazioni conflittuali e affido dei minori
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ROMA – La violenza di genere troppo spesso “non viene presa in esame nelle Consulenze tecniche d’ufficio (Ctu)”, nominate dal giudice in sede di processo civile nei casi di separazioni conflittuali e affido dei minori. La denuncia arriva da Mauro Grimoldi, psicologo e consulente tecnico d’ufficio del Tribunale di Milano, intervenuto in apertura del terzo panel del convegno ‘Violenza contro le donne e affido dei minori. Quando la giustizia nega la violenza‘, organizzato oggi nella sede dell’Agenzia Dire a Roma dalla rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re in collaborazione con DireDonne.

“C’è un caso di una Ctu registrata in cui per ben quattro volte il bambino viene interrotto per non trattare il tema della violenza assistita- spiega Grimoldi- questo nonostante la Convenzione di Istanbul dica che occorre offrire alle vittime la possibilità di essere ascoltate”. Ctu che, spesso, si trasformano in vere e proprie mediazioni familiari, in cui, spiega Teresa Bruno, psicologa e presidente del centro antiviolenza ‘Artemisia’ di Firenze, si tende a “trattare la violenza come conflitto, usando la tecnica dell’eufemizzazione, che consiste nell’etichettare un fenomeno in modo impreciso e fuorviante, tale da offuscare la gravità o la responsabilità di chi l’ha compiuto”. Si tende poi anche a “distinguere i coniugi dai genitori”, tattica che permette di ignorare “la violenza domestica”.

La psicoterapeuta precisa poi che “ci sono casi in cui gli uomini cercano di allearsi con i figli, mettendo la madre in una condizione di subalternità, oppure casi in cui il papà mette sullo stesso piano bambini e madre”. In entrambe le situazioni, i figli vivono un’ambivalenza “perchè vogliono difendere la mamma, ma sono arrabbiati con lei poiché è debole”, sono “confusi” e gli effetti dell’esperienza della violenza assistita sul lungo periodo “sono devastanti”.

Il punto su cui agire è “l’occultamento della violenza”, anche nei procedimenti giudiziari civili. “A Padova- racconta la psicologa Eleonora Lozzi, per citare un recente esempio concreto- il caso è quello di una donna, mamma di due minori, che ha denunciato il padre dei suoi figli dopo sei anni di violenza psicologica e fisica. Una scelta presa contro i servizi sociali che proponevano la mediazione e anche contro la minore che non appoggiava la madre. La sentenza penale di primo grado ha condannato l’uomo a tre anni e due mesi con l’aggravante della violenza assistita. La sentenza è stata confermata in secondo grado”.

Nel civile “si è preceduto con una Ctu per valutare la capacità genitoriale- spiega Lozzi- e la signora dopo un colloquio di un’ora si è ritrovata con una diagnosi di disturbo bipolare, poi smentita dallo psichiatra del Csm. La Ctu- sottolinea l’operatrice- ha occultato la violenza. Ha scritto che gli aspetti penalistici dovevano andare in secondo piano, perchè non relativi ai figli. Il secondo grado ha ripreso la Ctu e i minori sono stati collocati presso il padre. Una situazione che accade solo con i padri italiani”.

Nell’occhio del ciclone, oltre ai Ctu, ci sono anche gli assistenti sociali. In loro difesa parla Simonetta Cavalli, dell’Ordine nazionale assistenti sociali-Consiglio regionale del Lazio: “Vengono demonizzati perchè si prendono cura delle persone più bisognose della comunità”, con il rischio di essere cancellati assieme ai “diritti dei più deboli. In questo momento- sottolinea- serve identificare il nemico e chiuderlo dietro a un muro, ma l’unico strumento per affrontare le violenze inaudite che dobbiamo ascoltare è farlo insieme”.

La ricetta, per Cavalli, “è evitare di cercare sempre e solo il responsabile come colpevole, ma fare in modo di cercarlo per avere delle risposte. È importante lavorare sui bambini ma anche sulle famiglie d’origine”. Proprio sugli assistenti sociali punta il dito Laura Massaro, che, dopo aver manifestato il suo dissenso stamattina davanti a Palazzo Montecitorio, ha portato al convegno la sua testimonianza di ‘mamma coraggio’: “Ho querelato l’assistente sociale perchè si è rifiutata di relazionare su quanto mi era stato detto nei colloqui, cioè che ero una mamma adeguata, mentre ha omesso di relazionare gli agiti del padre. I bambini non vengono ascoltati- denuncia- se le relazioni corrispondessero alla realtà dei fatti il mio bambino sarebbe salvo, mentre oggi è nelle mani di un tutore”.

Al termine del convegno anche la testimonianza di Vera, una donna nigeriana “sposata dal 2004 con un italiano che il 24 giugno scorso ha cercato di ucciderla dopo 15 anni di violenza psicologica“, racconta Bridget Tinel, attivista del neonato forum delle Afrofemministe. Solo la tenacia di Bridget ha tirato fuori la storia di Vera e di tutte le donne che, come lei, “devono lottare il doppio, in quanto donne e migranti”.

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17 Luglio 2019
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