REGGIO EMILIA – È stata rimandata al 15 luglio la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa nel 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia. I giudici della prima sezione penale, dopo aver fatto parlare le parti, hanno disposto il rinvio della decisione, vista la complessità della stessa.
In mattinata, il procuratore generale Marco Dall’Olio, chiedendo la conferma delle condanne del secondo grado per i familiari della ragazza (ergastolo ai genitori e ai due cugini e 22 anni allo zio), ha detto: “Saman doveva essere punita: questo è un punto fermo di tutto il processo. La volontà era di impartirle una lezione. Il delitto è stato organizzato nei minimi dettagli, un atto corale e premeditato. Una vicenda agghiacciante”. Nella sua requisitoria il magistrato ha inoltre sottolineato “la natura turpe e ignobile del movente”.
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Il delitto di Saman avvenne la sera del 30 aprile di cinque anni fa. Come responsabili sono stati condannati i suoi cinque parenti ritrovati uno dopo l’altro nell’arco di tre anni tra l’Europa e Pakistan ed estradati in Italia. In primo e secondo grado- a dicembre 2023 e ad aprile 2025- i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen erano stati condannati all’ergastolo, mentre la pena per lo zio Danish Hasnain era passata da 14 a 22 anni. I cugini Noman Ul Haq e Ikram Ijaz, inizialmente assolti a Reggio, erano stati condannati all’ergastolo dalla Corte d’appello di Bologna. Il nodo principale e che ha accomunato tutti e cinque i ricorsi in Cassazione è la premeditazione: l’aggravante più pesante che in primo grado era caduta e che invece, in secondo grado, aveva contribuito a ribaltare la situazione per i cugini. Altro pilastro dei ricorsi sono le dichiarazioni definite “opportunistiche” del fratello minore di Saman, 16enne all’epoca del delitto. Considerato da indagare dai giudici di primo grado, che ne avevano annullato le dichiarazioni, era stato invece stato il teste chiave nel processo d’appello.




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