ROMA – A Bunia, capoluogo dell’Ituri, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, si seppelliscono due, tre persone al giorno. A volte di più. Gli abitanti del posto dicono che non sanno ancora di che malattia si tratti. Lo sanno invece all’OMS, che ha dichiarato l’epidemia di Ebola in corso tra Congo e Uganda un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale.
Il ceppo in circolazione è il Bundibugyo, il meno comune dei tre che causano la malattia da virus Ebola, e anche quello per cui non esistono vaccini né trattamenti approvati. Ottanta morti, 246 casi sospetti, otto confermati in laboratorio. Due casi, uno fatale, sono stati registrati a Kampala, capitale dell’Uganda, in persone rientrate dall’est del Congo. Un ulteriore caso è stato confermato a Goma, altra città congolese sotto il controllo della milizia M23: è la moglie di un uomo morto di Ebola a Bunia, che si era spostata mentre era già infetta.
Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha preso la decisione prima ancora di convocare il comitato di emergenza formale, procedura accelerata che, secondo gli esperti, riflette la gravità di quanto sta accadendo. L’organizzazione avverte che i dati attuali probabilmente sottostimano la reale portata del contagio, e che tutti i segnali indicano un’epidemia potenzialmente molto più estesa di quella rilevata finora.
Jean Kaseya, direttrice del Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie, non ha usato giri di parole: “Sono nel panico, perché le persone stanno morendo e non ho medicinali né vaccini da offrire”. Ha aggiunto che i paesi occidentali faticano a capire che quando l’Africa viene colpita, il rischio non si ferma ai confini del continente. Kaseya ha interrotto la sua partecipazione all’Assemblea Mondiale della Sanità a Ginevra per tornare in Africa.




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