Africa, avanti verso il mercato comune

Continua (lentamente e faticosamente) un percorso che nel 2015 ha visto firmare 26 paesi dell'Africa per darsi regole comuni e rinnovare infrastrutture e collegamenti
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ROMA – Soffia il vento del protezionismo, ma l’Africa si unisce. O almeno ci prova, con impegno rinnovato. Le date quasi coincidono, si legge su ‘È Africa’, la rivista dell’ong Medici con l’Africa Cuamm. Il 20 gennaio Donald Trump giura da 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Ripete “America first”, minacciando di deportare i migranti senza documenti in regola e di perseguire gli “interessi nazionali” ovunque sia necessario. Magari eliminando l’obbligo per le aziende statunitensi di certificare che gli acquisti di coltan, cassiterite e altri minerali strategici non finanzino guerriglie, stragi e repressioni. Alla Casa Bianca c’è un decreto nel cassetto, che riguarda Paesi a rischio, a cominciare dal Congo. Sempre a fine gennaio, però, arriva anche una buona notizia. Ad Addis Abeba i capi di Stato e di governo dei 54 Paesi membri dell’Unione Africana si impegnano a proseguire un cammino che è il contrario dei muri anti-migranti o della Brexit. C’è anche un appuntamento, fissato per il prossimo ottobre: data di nascita della Continental Free Trade Area, Cfta, un acronimo senz’anima che potrebbe però significare molto. L’idea è un mercato comune con oltre un miliardo di persone e un Pil stimato in 3400 miliardi di dollari. Dal Cairo a Città del Capo, da Dakar a Dar es Salaam, senza barriere per il commercio, gli spostamenti e i servizi. Una proposta nata guardando un modello europeo, oggi in crisi ma comunque in grado di imprimere una spinta. A partire dallo stimolo agli scambi tra i Paesi del continente, oggi appena il 10 per cento delle loro esportazioni.

Addis Abeba

L’obiettivo fissato ad Addis Abeba è un incremento del 52 per cento in cinque anni, indispensabile per provare ad avvicinarsi alle altre regioni del mondo. Il commercio tra i Paesi europei vale il 60 per cento del totale e anche in Nord America e nel Sud-est asiatico la quota è molto maggiore che in Africa. A imporre un’accelerazione, poi, è il contesto politico. Lo spiega, in un articolo pubblicato sul portale ‘African Arguments’, l’economista Rezia Khan. “È improbabile che un nuovo protezionismo colpisca l’Africa in modo diretto ma se le tensioni commerciali dovessero aggravarsi, indebolendo la fiducia nei mercati emergenti, le economie subsahariane ne risentirebbero”. Un rallentamento degli scambi globali, questa la tesi, penalizzerebbe le esportazioni di materie prime e condizionerebbe in generale le dinamiche della domanda e dell’offerta. “Al punto”, conclude Khan, “da rendere il commercio inter-africano ancora più decisivo”. Si torna allora ad Addis Abeba, capitale di un processo non lineare, segnato da annunci e successi, ritardi e fallimenti.

Una tappa significativa è stata la firma nel 2015 di un accordo che coinvolge 26 Paesi dell’Africa orientale e meridionale, dall’Etiopia all’Angola, dal Sud Sudan al Mozambico. Il primo impegno è uniformare procedure, regole, leggi. A seguire quello più difficile, che le norme da sole non possono assolvere: la realizzazione di strade, collegamenti, reti e rotte, un’impresa da cento miliardi di dollari l’anno. Così tanti che viene voglia di fare “leapfrogging”, il balzo della rana, come dicono gli inglesi. Un’idea per saltar l’ostacolo arriva dal Ruanda: droni che consegnano sangue e medicine salvavita in luoghi remoti o inaccessibili dove le strade non arrivano. Ci sono già i finanziamenti di Ups, il colosso americano specializzato nel trasporto plichi e nelle spedizioni internazionali. E c’è la firma dell’archistar inglese Norman Foster, progettista di scali ad hoc che dovrebbero essere pronti nel 2020. In una fase iniziale i droni avrebbero un’apertura alare di tre metri, poi si arriverebbe a sei, abbastanza per trasportare un carico di cento chilogrammi. La filosofia del progetto è scritta nero su bianco: “Proprio come i cellulari hanno reso le linee fisse del tutto inutili, adesso i droni supereranno le barriere costituite da montagne, laghi e fiumi non navigabili senza che ci sia bisogno di grandi infrastrutture fisiche”.

di Vincenzo Giardina, giornalista professionista

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