Ergastolo per aver ucciso la moglie, ma associazioni donne protestano: “Anomalo dove sconta pena”

Oggi alcune associazioni che si battono contro la violenza sulle donne hanno protestato a Bologna per chiedere l'annullamento del trasferimento che ha spostato Cagnoni dal carcere di Bologna a quello di Ravenna
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BOLOGNA – Una “anomalia”. Così viene definito il trasferimento di Matteo Cagnoni, condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie Giulia Ballestri, dal carcere di Bologna a quello di Ravenna, la città dove appunto viveva prima della condanna alla detenzione e dove si è consumato il delitto. Per questo l’associazione “Linea rosa” di Ravenna, il Coordinamento dei centri antiviolenza Emilia-Romagna, Udi (Unione donne in Italia), l’associazione “Dalla parte dei minori” e la Casa delle donne di Ravenna hanno dato vita oggi ad un presidio davanti alla sede regionale del Dipartimento amministrazione penitenziaria, in viale Vicini a Bologna.

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Le associazioni si oppongono al trasferimento, avvenuto a fine novembre 2018, e vogliono far luce su chi lo ha autorizzato. Cagnoni, conosciuto a Ravenna come stimato dermatologo e dopo la condanna in primo grado, è stato detenuto alla Dozza per pochi mesi ma poi è tornato nella città romagnola su richiesta del suo avvocato. Una delegazione, guidata dall’avvocata Sonia Lama, di Udi, che si è costituita parte civile, ha consegnato un documento indirizzato al provveditore del Dap per l’Emilia-Romagna e le Marche, Gloria Manzelli, per segnalare quella che a tutti gli effetti ‘suona’ come un’anomalia: ovvero, il ritorno di un detenuto nella città dove risiedeva.

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Lama la definisce, appunto, “anomalia Cagnoni”: il provveditore “non può fornire informazioni nello specifico- spiega- potrebbe però fornirle per quello che riguarda il caso, che noi continuiamo a ritenere tale, di un detenuto condannato all’ergastolo per aver ucciso la moglie con premeditazione e crudeltà, lasciando tre orfani”, giacchè non si è “mai visto” un detenuto trasferito da un carcere, dove era stato portato all’esito della condanna di primo grado (la Dozza di Bologna, appunto), a quello della sua città, Ravenna. Secondo Lama infatti, il fatto che Cagnoni sia tornato a Ravenna “si scontra un po’” con la circolare del ministero della Giustizia del 2014 che, cita, “specifica sia in punto di principi generali che in in modo peculiare quali sono gli aspetti dei trasferimenti dei detenuti”. A maggior ragione sapendo della “prassi consuetudinaria della casa circondariale di Ravenna, che conosciamo noi come avvocati e avvocate”.

Per questo la volontà adesso è di fare luce su “chi ha deciso, come è stato deciso, perché è stato deciso così, perché una risposta la dobbiamo avere“, e il fatto che una delegazione sia stata ricevuta “dimostra forse che non c’è proprio un muro, anche se ci viene detto che ‘non vi possiamo dire nulla perché la privacy ci vieta di farlo e i fascicoli sono secretati'”. È evidente che così “non abbiamo risposte, per cui è evidente che contente non lo siamo proprio”, conclude Lama.

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17 Febbraio 2020
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