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‘House of Gucci’: racconto patinato della fine di una dinastia, tra grandi interpreti e poco coraggio

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La recensione del film di Ridley Scott, al cinema dal 16 dicembre. Nel cast Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jeremy Irons
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ROMA – Una casa di moda celebre in tutto il mondo, fame di potere, tradimenti e un truce omicidio. La storia della famiglia Gucci rivive sul grande schermo grazie a Ridley Scott, che nel suo ultimo attesissimo film ‘House of Gucci’, in sala da oggi, 16 dicembre, racconta l’omicidio di Maurizio, ultimo componente della dinastia ‘dalle due g incrociate’ ad aver guidato la casa di moda. A ordinare il suo assassinio, avvenuto il 27 marzo 1995 , fu la moglie Patrizia Reggiani, interpretata nel film da una Lady Gaga in odore di Oscar. Nei panni del marito un convincente Adam Driver, che presta il volto al giovane rampollo della famiglia Gucci, un innocente studente di legge a cui l’incontro con la figlia di un imprenditore di autotrasporti, in cerca di successo, cambierà la vita. Si incontrano casualmente ad una festa, si trovano meno ‘casualmente’ in una libreria, e si innamorano mentre percorrono un’Italia da cartolina, tra iconici scorci di Milano, Roma e Firenze.

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Per sposarla lui, osteggiato dal padre (interpretato da Jeremy Irons) rinuncia a tutto, finendo a lavorare nell’azienda di famiglia di lei. È felice, quella vita semplice e l’amore di Patrizia sono sufficienti. A lei no. Appassionata sotto le lenzuola (Scott ci mostra un focoso e realistico amplesso sulla scrivania dell’ufficio del padre di lei, una delle scene più convincenti di Lady Gaga), come negli affari, vuole il successo ed è determinata ad ottenerlo, tanto da rivolgersi anche ad una sensitiva, Pina Auriemma, interpretata da Salma Hayek, per sapere se riuscirà nel suo intento (successivamente la donna verrà anche coinvolta nell’omicidio di Maurizio Gucci). Appena si presenterà l’occasione Patrizia farà di tutto per spingere il marito a prendere le redini della casa di moda di cui porta il nome, in un’ascesa a colpi di tradimenti verso i famigliari dell’uomo che inevitabilmente lo porterà a restare solo. Sarà allora che deciderà di lasciare la moglie per un’altra donna, portando Patrizia a macchinare il suo omicidio.

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Siamo negli anni di Dinasty, Dallas e Beautiful ma ciò che vediamo non è una finzione, anche se nella pellicola i fatti, realmente accaduti, spesso assumono un sapore farsesco. Crime story, commedia, dramma e melodramma (nella forma e nella sostanza, visto che la pellicola è punteggiata da brani d’Opera), della monumentale durata di 160 minuti, la pellicola strizza un po’ l’occhio anche ai mafia movie e forse (anche per questo) è stata oggetto di molteplici critiche. A non convincere sono i toni eccessivi e spesso caricaturali con cui Scott ha deciso di tratteggiare alcuni componenti della famiglia Gucci, come il cugino del protagonista, Paolo, stilista senza talento la cui mancanza di materia grigia fa sovente scivolare la narrazione dal comico al patetico. A interpretarlo un irriconoscibile e eccezionalmente performante Jaret Ledo, anche lui papabile candidato ai prossimi Academy Award. Sul filo del rasoio il padre, Aldo, a cui presta il volto Al Pacino, straordinario come sempre nella sua performance, fortemente ironica e dal ‘sapore mob’, sicuramente è lui ‘il più Padrino di tutti’. Oltre a questo a non convincere è l’ostentato accento italiano che alcuni interpreti, prima tra tutti Lady Gaga (che ha assunto un italian acting coach appositamente per questo) e a seguire Leto, hanno deciso di adottare. Il motivo resta un mistero visto che interpretano dei personaggi italiani, che parlano però in inglese tra di loro. Come resta un mistero il perché durante una festa di famiglia Maurizio venga invitato a mostrare le sue abilità di giocatore di rugby, sport decisamente poco italiano. L’unica risposta logica è che il film sia stato pensato unicamente per un pubblico americano.

Racconto patinato del tracollo di una dinastia, ‘House of Gucci’ punta più sul fascino di abiti e ville lussuose e su alcune battute ad effetto (‘Nel nome del padre, del figlio e della famiglia Gucci’, la più riuscita) che sull‘indagine psicologica di personaggi estremamente interessanti, prima tra tutti Patrizia Gucci. Scott preferisce mostrare e non approfondire, lasciando alla forma piuttosto che alla sostanza la riuscita del film, che è certamente ben diretto (come potrebbe essere altrimenti?), anche se stilisticamente semplice e poco originale. La pellicola trova la sua forza in un cast stellare che regala performance di tutto rispetto. Peccato che non basti, ci vuole coraggio se si vuole realizzare un’opera degna di nota.

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